Congresso PD: aria e idee nuove, dai Circoli al Nazareno

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C’è un indizio sicuro che le cose si stanno mettendo bene per il Partito Democratico: il cielo plumbeo ed i commenti grigi che connotano la sua vita organizzativa nel Veneto… senza aggiungere anche la mitigazione delle sofferenze interne determinata dalla fuoriuscita di qualche anziano esponente della nomenclatura locale solito (soprattutto nell’ultimo anno) ad esternalizzare le sue “angosce” attraverso la diffusione – a livello regionale – di messaggi ed informazioni che sono stati letti ed interpretati come vero e proprio boicotaggio (eufemismo per non dire sputtanamento) dei provvedimenti del Governo, anche quando questi corrispondevano alle attese del sistema socio-economico territoriale che – alle elezioni europee – aveva manifestato corposamente il suo endorsement nei confronti del riformismo a trazione renziana.
Con questa affermazione un po’ provocatoria voglio rimarcare il fatto che nei prossimi 60 giorni dedicati alla competizione congressuale, il Partito degli iscritti e degli elettori potrà bucare lo schermo di un’organizzazione opaca e portare in superficie il protagonismo di donne ed uomini che hanno finora visto strozzate le loro istanze, la loro soggettività, il loro contributo di idee e proposte, da una struttura dis-orientata sia dall’assenza di leadership che di rielaborazione politico-culturale, in chiave veneta, della strategia di cambiamento promossa a livello nazionale.
La salutare sconfitta alle elezioni regionali era l’occasione per un reset del Partito regionale ed invece ha provocato un’onda lunga di brontolii, incomprensioni, polemiche a bassa intensità che ne hanno messo a nudo la povertà e la diffusa mediocrità, contrastate – per nostra fortuna – dalle ottime performance di singoli Amministratori locali e Parlamentari che hanno continuato ad alimentare speranze, visioni, buone pratiche, tali da salvaguardarne non solo l’identità ma anche le chance di rilancio e rilegittimazione.
All’interno di questo contesto “problematico”, la vicenda delle polemiche della cosiddetta minoranza, ha semplicemente rattrapito ulteriormente il dibattito nel Veneto, all’interno di un Partito impegnato a metabolizzare e comprendere le ragioni della sconfitta referendaria del 4 dicembre.
Non poteva essere diversamente perché, nonostante la scarsa rappresentatività che essa (la minoranza) ha avuto ed ha nella nostra Regione, per una naturale ritrosia di gran parte dei cittadini veneti, – se si esclude la tribù formata dai leghisti venetisti adusi alla retorica autonomistica – nei confronti della politica viziata dagli ideologismi, la polemica politicista suscita imbarazzo e finanche disprezzo.

Storiografia, psicologia e psicanalisi

Sono convinto che, per interpretare i comportamenti, i sentimenti e gli slogan della sofferente umanità di sinistra ex-comunista (composta di nostalgici, antagonisti, antiglobalisti, postcomunisti, neocomunisti, neosinistri, anticapitalisti, antiliberisti & benecomunisti, ed arricchita – nell’ultimo lustro – dalla singolare inedita componente degli antirenziani), non sia più sufficiente soffermarci a riflettere sui suoi drammatici dissidi ideologici con gli strumenti storiografici.
Mi riferisco alla vicenda del ripetersi di conflitti fratricidi che l’ha segnata nel corso dell’ultimo secolo a partire dalla fuoriuscita di Mussolini – rimproverata da Lenin (che ne riconosceva la comune aspirazione totalitaria) ai socialisti – proseguendo per la scissione dei comunisti negli anni’20 ed arrivando alle rotture ed alla dissolvenza del PCI, ed il manifestarsi negli ultimi quindici anni dell’accapigliarsi da parte delle piccole tribù di sinistrati incalliti (dai tetragoni Cossutta e Garavini ai fricchettoni Bertinotti e Vendola, per concludere con il mesto corteo degli ultimi “scissionisti”: Fassina, D’Attorre, Bersani, D’Alema…).
Il quotidiano la Stampa ha pubblicato un video raffazzonato che racconta alcune delle fratture più significative:
http://www.lastampa.it/2017/02/18/multimedia/italia/politica/le-scissioni-della-sinistra-un-secolo-di-divisioni-dal-pci-a-sel-PsYLE78XZDSazXUzBWt8lI/pagina.html
ma restano sicuramente più interessanti ed esplicativi (oltre che divertenti), per illustrare la pulsione alla divisione, un paio di video che si riferiscono alle spassose disquisizioni sulla denominazione più appropriata del “Fronte della Giudea”:

ed alla performance insuperabile di Guzzanti-Bertinotti sulla superiorità strategica della moltiplicazione delle sinistre – come i virus – per combattere più efficacemente la destra di Berlusconi:

Personalmente ho cercato di avvalermi delle informazioni della psicologia comportamentale per tentare di comprendere tale fenomenologia: ci troviamo di fronte ad una vasta ed eterogenea platea di protagonisti e personalità caratterizzati dall’uso di una impressionante, maniacale ripetitività di argomentazioni nel motivare le proprie scelte che si intendono finalizzate a “ripristinare la coerenza, la purezza, l’eticità dell’impegno politico” anche quando è testimoniato, pure dal meno prevenuto degli storici, che esse si sono costantemente rivelate fallimentari, nonostante abbiano continuato a conservare il fascino della sfida di cambiare lo “stato delle cose presenti”.
Tale ossessione ideologica ha continuato a persistere nonostante la evidente verità storica delle ignominie inverate dall’ideologia comunista (e suoi succedanei) e dalle beffarde lezioni derivanti da uno sviluppo sospinto dai principi dell’economia sociale di mercato (con una crescita impetuosa anche in Cina, seppur con la sostituzione di sociale con socialista) e da istituzioni espresse e governate secondo i dettami della cultura liberaldemocratica.
La realtà avrebbe dovuto suggerire a tutte le donne ed agli uomini di sinistra contemporanei, di impegnarsi a convergere verso un soggetto politico riformista unitario da potenziare e qualificare attraverso l’ancoraggio a regole interne che garantissero la partecipazione più ampia, la contendibilità di leadership e programmi che si proponessero di partecipare alla vita politica con obiettivi di rinnovamento sociale ed espansione dei diritti, qualificazione dello sviluppo nel segno della sostenibilità ambientale, tutela delle fasce più deboli della popolazione, ispirati dagli ideali di uguaglianza e solidarietà.
La vicenda del Partito Democratico dell’ultimo decennio è stata segnata proprio da codesta progettualità ed è per questo che l’ennesimo episodio di divisione e scissione ha suscitato tanto clamore e finanche l’intervento di un generoso e rigoroso psicanalista come Massimo Recalcati teso a gettare luce su tale innfausta manifestazionne di disagio:

http://www.repubblica.it/politica/2017/02/22/news/scissione_pd_quei_dem_sul_lettino_dello_psicanalista-158890834/

Un modello di leadership “sorprendente”
Essa però, può costituire un’opportunità, ovvero l’occasione di rileggere criticamente le dinamiche storico-culturali dell’intera sinistra italiana e rimettere al centro della discussione politica, soprattutto attraverso il Congresso, i valori ed i programmi, con i quali predisporre un’offerta politica unitaria a quel vasto ed articolato campo di elettori preoccupati dalla temperie caratterizzata dall’offensiva di una destra che si presenta multipolare, ma univoca nell’alzare le bandiere della regressione trumpista in versione italiana.
Sul succedersi degli episodi e colpi di scena interni al PD i media hanno tentato invano di creare un’ambientazione granguignolesca mentre si è trattato (e si tratta) molto prosaicamente di una lotta di potere senza eroi e senza infamia, a cui la spinta decisiva non è stata data da un sussulto idealista, bensì dalla banale prospettiva (per gli uscenti) di giocare con maggiore libertà le proprie carte al tavolo della futura legge proporzionale…
Un solo personaggio realmente sanguigno e pittoresco (Michele Emiliano), si è guadagnato uno spazio scenico importante con la conseguenza immediata di guadagnarsi l’entrata nella galleria delle imitazioni di Crozza; ne va inoltre segnalata la perspicacia di comprendere il cul de sac nel quale cui si stava infilando, intruppandosi nella minoranza, e la tempestiva scelta del remain (e della candidatura).
D’altronde il pallido (mitigato dalla barba incolta) Speranza, che con il lanternino gira per l’Italia alla ricerca dei forgotten piddini (lui non lo sa, ma avrebbe dovuto – ancor prima dell’arrivo di Renzi – andare a bussare alle porte di Lega e M5s), lo stralunato Bersani che mena fendenti nel vuoto del chiacchiericcio inconcludente dei talk show, un hater professionista (“il massimo sentimento di Massimo è l’odio, un’irrisione profonda, un sadismo intessuto di parole pronunciate con lentezza e ferocia” – Edmondo Berselli), non avevano né alibi né tantomeno argomenti validi per mettere in atto una scissione drammatica.
Sono invece diventati protagonisti dell’ennesimo triste episodio che ripete in tono più mesto il canovaccio testato in molte occasioni durante un secolo di dissidi ed uscite.
Siamo ora in presenza di un drappello di compagni che, con la loro iniziativa, hanno confermato di aver preferito coltivare – sin dai tempi dell’Ulivo nascente e della tribolata Unione – una loro specifica ed inossidabile identità ideologica, piuttosto che misurarsi sul piano culturale, politico, relazionale, con l’autentica innovazione organizzativa rappresentata da un Partito, costitutivamente irriducibile non tanto alla conciliazione di diverse culture politiche ed alla pratica dei “caminetti” (che non hanno impedito l’eutanasia dei Governi Prodi e della Segreteria Veltroni), bensì alla obnubilazione della leadership senza la partecipazione ed il consenso della vasta platea di iscritti ed elettori.
Un partito la cui originalità e persistente vitalità non possono certo essere messa in dubbio dal “portasfiga” (secondo la perfida definizione di D’Alema) Cacciari, il quale soffre nei suoi – seppur sinceri – funerei giudizi, di quella subcultura schmittiana sulla funzione carismatica della direzione politica che, sommata alle abituali deformazioni interpretative poco diamantine dell’editorialista di Repubblica sul PDR-Partito di Renzi (arrivato alla spudoratezza di attribuire – secondo l’immancabile sondaggio Demos (!?) – il desidero dell’”uomo forte” a quegli stessi italiani che avevano appena affossato la Riforma Costituzionale perché generatrice del “pericolo autoritario ”, ha determinato un cortocircuito nel sistema informativo e nella percezione del cosiddetto renzismo in una parte dell’opinione pubblica.
La metastasi del linguaggio politico declinato dal giornalismo arruffone e fazioso ha così potuto costruire una bolla mediatica con al centro la presunta frattura tra la base degli elettori democratici ed il ruolo esercitato dall’ex Presidente del Consiglio e Segretario PD, il cui energico giovanilismo – invece di essere apprezzato per la carica innovatrice sul corpaccione dell’incartapecorito sistema politico-istituzionale – è stato progressivamente assimilato all’arroganza ed alla personalizzazione esasperata.
Si è trattato di una bolla che ha esercitato una malsana attrazione anche nello stesso Renzi (paragonato nel recente articolo di Stefano Allievi – www.stefanoallievi.it – alla figura calviniana del Barone rampante ), ma soprattutto nei suoi detrattori interni al PD che – vittime innanzitutto della loro memoria infarcita dell’esperienza del “centralismo democratico” – non hanno compreso che il Partito in cui con-vivevano, è originariamente un ambito politico-organizzativo ed un “format” partitico trasparente, in cui strategia, programmi e leadership sono sempre – per definizione -contendibili.
La vera novità – indigeribile per una parte della vecchia nomenclatura indicata dall’odierno articolo di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera (27.2.17) – che abbiamo vissuto negli ultimi tre anni a guida renziana è piuttosto rappresentata da una fisiologica accelerazione organizzativa nei processi decisionali e nello stile di comunicazione, non tanto per il massivo uso dei linguaggi e strumenti social, bensì per la volontà di ampliare il pubblico a cui rivolgere il messaggio riformatore, destrutturando i ritmi e ed i riti tradizionali del sonnacchioso ed opportunistico rapporto tra istituzioni e cittadini, provocando perciò non solo la reazione della componente conservatrice dell’establishement, ma anche di parti rilevanti della popolazione che al referendum hanno espresso l’orientamento negativo nei confronti del progetto di cambiamento: per incredulità, incomprensione, sfiducia, rabbia derivante da una condizione sociale difficile, ma anche per acquiescenza/convenienza (vedi Quo vado?).
Dall’uscita di scena dell’usurpatore abbiamo così potuto riscontrare – al di là dei diffusi atteggiamenti di adolescenziale e rancoroso scaricabarile sulle sue responsabilità personali – il ritorno al linguaggio politicista ed alle tribune politiche in bianco e nero nelle quali anche i Bersani ed i D’Alema si sono sentiti “scongelati” e “ritornati in campo”!

Qualcosa è cambiato

Ora, però, sul piano più strettamente politico-organizzativo, nel Partito Democratico si è determinata una situazione “promettente”: l’Assemblea e la Direzione nazionali hanno aperto uno scenario ricco di opportunità: l’affacciarsi di una nuova generazione di dirigenti quarantenni con un crescente livello di autostima ed esperienza (cresciute proprio perchè hanno potuto giovarsi della funzione di gatekeeping di Renzi), la conferma della presenza di alcuni senior, esponenti autorevoli delle culture fondative come Veltroni, Fassino e Franceschini, una pluralità di candidati in grado di intercettare diverse sensibilità culturali ed alimentare una partecipazione – adesione basate sul confronto programmatico e non solo sull’adesione alla/od il rifiuto della guida carismatica e solitaria.
E poi c’è l’appuntamento del decennale del Lingotto in cui la visione generosa, ma anche la sua traduzione in una gestione debole, che ha generato l’innovazione del PD, potranno anzi dovranno essere aggiornate depurando la struttura organizzativa e la nuova mission delle incertezze proprie della fase fondativa: il vigore intellettuale nell’intervento di Walter Veltroni ascoltato all’Assemblea e gli stessi contenuti del colloquio con Eugenio Scalfari pubblicato ieri su Repubblica

http://www.repubblica.it/politica/2017/02/26/news/veltroni_la_divisione_della_sinistra_apre_la_porta_al_populismo_a_rischio_democrazia_e_ue_-159245458/

costituiscono un vero e proprio suggello positivo della prima stagione renziana perché testimoniano la resilienza di un gruppo dirigente esteso e la persistenza del messaggio di impegno e speranza per il futuro di un Partito che ha bisogno di essere sgravato delle scorie ideologiche passatiste.
Ciò significa avviare la costituzione di un sistema di comunicazione interattiva con i simpatizzanti e gli iscritti al partito finalizzato al recupero di una identità meno aleatoria e condizionata dalle polemiche sulla figura del Segretario nazionale; un piano di coinvolgimento dei cittadini più attivi nei processi di organizzazione della decisione, inverando un modello organizzativo sfidante e competitivo nei confronti di tutte le forze politiche in campo.
Si tratta di un passagggio che comporterà il ringiovanimento (non banalmente anagrafico) di un’Organizzazione nella quale convergono e si confrontano una molteplicità di soggettività ed apporti culturali la cui fusione ed il cui output potranno essere pienamente operativi con il protagonismo di nuove generazioni in grado di saper leggere ed interpretare il “codice genetico” del Partito, ovvero di bypassare i malware dalemiani e l’approccio analogico prodiano, per implementarne la struttura associativa democratica e partecipativa, trasparente-pluralista-contendibile….
In fin dei conti Renzi è stato e rappresenta niente di più e niente di meno di un portatore sano, un testimonial entusiasta della concezione fondante del Partito Democratico, che ora va corredata di un solido apparato valorial-culturale-programmatico (aggiornando la visione “soft” del primo Lingotto) e di un’infrastrutturazione organizzativa con cui dare nuova linfa ai Circoli, intesi come microcosmi comunitari connessi con i Network delle competenze ed in grado di partecipare alla discussione nella blogosfera; e tutto ciò potrà essere realizzato da una leadership non solo sintonizzata con la Rete ed il sentiment degli elettori, ma soprattutto impegnata a promuovere la condivisione della nuova mission all’interno di un’Organizzazione considerata l’asset decisivo per vincere la sfida politico-elettorale nel Paese.

Padova, li 27 febbraio 2017

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