Fake referendum e qualità dell’informazione (in Veneto)

Come era ampiamente prevedibile, il referendum veneto per l’autonomia sta diventando un evento che mette a dura prova la volontà e capacità del sistema regionale dei media di contrastare la folata di fake news che lo sta avvolgendo e che alimenta la riconoscibile fenomenologia (stavolta anzitempo) del wishful thinking, virus che colpisce stagione dopo stagione i veneti, senza che per l’epidemia da esso provocata – sotto forma di annebbiamento etico-civile – siano trovati dei rimedi efficaci.
E tale ventata si manifesta principalmente (anche questo non è una novità) attraverso la spudorata e menzognera campagna di propaganda politico-elettorale inaugurata dal Presidente Zaia, finalizzata – con la sistematica manipolazione del suo significato e del suo impatto – a bypassare il vincolo procedurale sia del corretto confronto con la – peraltro timida – opposizione in Consiglio Regionale che, ancor più grave, del negoziato sui contenuti dell’effettivo-praticabile aumento di responsabilità regionali indicato e ripetutamente proposto dal Governo.
Ho avuto modo di analizzare la strategia della zaiazione (neologismo di cui siamo debitori e grati a Francesco Maino) in corso, in particolare con diversi documenti (per i quali rinvio alle rubriche del mio Blog: www.dinobertocco.it) che costituiscono anche la premessa e la motivazione culturali che hanno convinto me e Marcello Degni ad inoltrare al TAR del Veneto ed al Tribunale Civile di Venezia il ricorso:
per l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia,
del Decreto del Presidente della Giunta regionale n. 50 del 24.4.2017, pubblicato sul BUR del Veneto n. 52 del 26.5.2017, di indizione del referendum consultivo di cui alla legge regionale 19 giugno 2014, n. 15 “Referendum consultivo sull’autonomia del Veneto”; nonché, per quanto occorrer possa, della Deliberazione della Giunta regionale del Veneto n. 315 del 15.3.2016, di avvio del negoziato con il Governo al fine del referendum regionale per il riconoscimento di ulteriori forme di autonomia della Regione Veneto”.
Ho ben presente il sofferto dibattito politico in corso sul SI-NO-MA-FORSE-astensione, ma avendo dedicato la mia vita di impegno sociale, professionale, culturale al progetto federalista fondato sulla riorganizzazione ed efficientamento burocratico-amministrativo della Stato centralista, contestuale all’allocazione di nuove competenze e risorse finanziarie alle Regioni fondata sui valori fodanti di un nuovo Patto istituzionale nazionale, mi è impossibile tollerare l’imbroglio che è stato ordito ai danni dei nostri concittadini veneti che, nel lungo, sofferto e tortuoso cammino storico che li ha portati a condividere il sentiment nazionale, si sono sempre dimostrati “italiani critici ed esigenti, ma non renitenti”.
Il testo del ricorso che, al di là degli effetti che si prefigge, focalizzando i vizi, le storture e le contraddizioni sul piano giuridico dell’iniziativa della Giunta regionale, rappresenta anche un documento che accredita ed illustra esaurientemente la gestazione di una colossale truffa politica.
Su di essa il tempo a venire diventa una risorsa limitata e preziosa per realizzare un serrato dibattito ed un fondamentale coinvolgimento dell’opinione pubblica, reso possibile da un’attività giornalistica che da un lato scavi sotto la superfice della documentazione contrabbandata per comunicazione istituzionale dagli Uffici di Palazzo Ferro-Fini e Palazzo Balbi e dall’altro scruti senza timori reverenziali nel torrenziale flusso degli interventi sui social del Presidente Zaia e denunci la prevalenza della demagogia e del vaniloquio con cui egli sfugge alla funzione istituzionale che gli compete e lancia messaggi tra l’irresponsabile (no alla vaccinazione obbligatoria) ed il comico (entusiasmo per la celebrazione della “festa degli omeni”, rito tribale che si perpetua in qualche contrada trevigiana).
A tal proposito mi piace segnalare che Paolo Pagliaro, nel volumetto che ha appena pubblicato (Punto. Fermiamo il declino dell’informazione), sostiene che, colonizzato dai social network, il terreno dell’informazione è minato da «post-verità». “Contano più le emozioni che i fatti. Più le suggestioni che i pensieri. Più lo storytelling che le storie. Più la propaganda che le notizie. E dunque più le bugie che il racconto veritiero dei fatti. È un virus che infetta la rete, l’informazione, la politica – ridotta a comunicazione – e l’etica pubblica”. Ma arginare e sconfiggere questa deriva, secondo Pagliaro, si può.
Un terreno importante di chiarificazione è quello storiografico: che correlazione può esistere tra la battaglia dei Padri veneti che si sono prodigati per un impianto federalista del Paese, da Paleocapa a Trentin, che nella fase fondativa della Regione si sono dati uno Statuto esemplare ed hanno avviato una ricca stagione di Programmazione, che corso degli anni ’90 hanno rilanciato la progettualità di un Regionalismo forte, integrato dalla funzione basilare dei Comuni (che ha trovato un’importante sedimentazione nella Legislazione nazionale e nella stessa Riforma Costituzionale del 2001) e la demagogia con cui viene presentato il referendum imbroglio?
Inoltre, andrebbe indagato con rigore e denunciato il grottesco balletto con cui, nel ventennio dell’egemonia forza-leghista e lega-forzista, gli aspiranti Dogi della neo-Serenisima (Galan e Zaia) hanno interpretato il ruolo maramaldesco dei rivendicatori della maggiore autonomia solo in funzione antigovernativa, privi di un reale interesse ed impegno per conseguirla realmente e pronti a dismettere i panni indipendenti non appena fosse cambiato il quadro politico nazionale e/o si è presentata l’opportunità di uno strapuntino governativo.
Si pone quindi un interrogtivo basilare: può il buon latte del tradizionale regionalismo veneto, che ha consentito di inverare una via originale allo sviluppo in-con-per l’Italia, essere miscelato con il velenoso liquido della predicazione indipendentista leghista? Evidentemente si tratta di una pericolosa e dannosa contaminazione, eppure nella discussione e negli orientamenti pubblici emergenti (sicuramente in Rete, ma anche nella stampa e nei talk show) sembra che ne possa sortire una sorta di nuova bevanda, dil “cappuccino democratico”!
Anime belle e buoni samaritane/i dovrebbero riflettere sul fatto incontrovertibile che il 22 ottobre prossimo, se il ricorso per la sospensione del referendum malauguratamente non venisse accolto, sarà in gioco esclusivamente il livello di consenso che il Presidente Zaia potrà raccogliere sulla scommessa della “rivincita storica” contro “l’annessione delle Province Venete al Regno d’Italia”, mirante ad avviare ”la pacifica e democratica marcia di liberazione veneta che tanto è in sintonia con quelle basche e bretoni, catalane e curde, maori e mapuche, quèbecois e quechua, denigrata e diffamata come fosse oscurantista, folclorica e passatista” (dalla Prefazione di Franco Rocchetta – aspirante Ministro naif della Cultura veneta – alla Pubblicazione degli Atti su “1866… 150 anni dopo” edita dal Consiglio Regionale del Veneto.
Si sta configurando e concretizzando infatti quella strategia per niente sognante della “Piccola patria” che è stata perseguita con coerenza dalla Lega ed efficacemente tratteggiata in un articolo di Umberto Curi, intrisi di sdegno e tristezza, ma soprattutto di un lucido realismo.
Il paradosso che la società veneta sta vivendo è che – a parte la componente facinorosa dei descamisados indipendentisti – la maggior parte di chi è interessato alla campagna referendaria, anche in ragione dell’informazione superficiale ricevuta, le attribuisce un valore simbolico-nostalgico riconoscendone, inoltre, una motivata giustificazione, inscenando così un colossale misunderstanding: la mistificazione del fake referendum – in questi tempi di banalizzazione social – è comprensibile per un pubblico disattento, ma diventa sconcertante se se sono vittime (più o meno consapevoli) rappresentanti politici (in particolare dell’opposizione) e/o Sindaci, ma anche esponenti delle Associazioni, delle Professioni, della Cultura, ai quali sarebbero richieste le doti del realismo competente e della capacità critica.
Tutti questi uomini e donne pubblici veneti dovrebbero sapere e denunciare un paio di cose:
1) lo stato reale della governance e della qualità della struttura pubblica regionali evidenziano un declino inesorabile, proprio a cominciare dall’avvento della Presidenza Zaia, testimoniato anche da diagnosi che sono formulate da professionisti informati sui fatti per conoscenza ed esperienza diretta;
2) il negoziato tra Regione e Governo (qualsiasi Governo) per l’attuazione dell’art. 116 c. 3 della Costituzione presenta un livello di complessità e difficoltà così elevate che avviarlo con l’approccio conflittuale significa volerlo sabotare e/o farlo naufragare. Ne rappresenta una conferma indiretta l’iniziativa messa in campo dal Presidente della Giunta Emilia-Romagna Stefano Bonaccini attraverso una procedura che costituisce un ottimo documento di riflessione per tutti coloro che si stanno interrogando su quale sia una via realistica e proficua per irrobustire l’autonomia regionale.
Gli autentici e sinceri riformisti debbono assumere la consapevolezza che l’evento referendario è correlato (sia in caso che venga celebrato o venga annullato) soprattutto al virtuosismo dei giuristi che lo hanno sostenuto o contestato, ma che la vera sfida in campo oggi è la riproposizione di un autentico progetto incardinato sul federalismo antropologico dei veneti, che non ha nulla a che fare con le aberrazioni storiche sulla Serenissima, né con il secessionismo camuffato, bensì con la cultura della sussidiarietà-responsabilità-solidarietà.
Tale retroterra è robusto perche storicamente fondato sull’opera feconda di molti protagonisti politici, su testi, testimonianze, opere che oggi si debbono tradurre in programmi concreti di rafforzamento dell’economia sociale di mercato i cui protagonisti sono le Imprese manifatturiere e del Terziario sgravate dalla pressione fiscale, Comuni ed Enti ristrutturati-efficientati e ri-finanziati (seconso l’auspicio formulato anche dal Sindaco di Vicenza e Presidente dell’UPI, Achille Variati), il Terzo settore riorientato al nuovo welfare ed all’economia circolare, il Credito locale riportato alla sua funzione originaria, i soggetti professionali ed imprenditoriali della rigenerazione culturale e digitale…
Alla Regione, dentro questo processo di autentico Rinascimento veneto deve essere assegnata la funzione eminentemente politica di elaborazione, programmazione e promozione strategica focalizzate sulle questioni cruciali dell’innovazione, infrastrutturazione, salvaguardia ambientale, governo degli squilibri sociali e territoriali, connessione con l’Europa….
Ed il negoziato Regione-Governo deve costituire l’occasione per mettere sul tavolo dossier, budget, obiettivi e piani operativi che rendano comprensibili ai cittadini veneti le procedure, i risultati, le convenienze: non la fuffa rivendicazionista che divulga pregiudizi, favole, rancori, bufale, illusioni e che è destinata a far naufragare il processo federalista curvandolo a diventare strumento per attaccare il Governo (“il nemico è a Roma”) e non invece – come dovrebbe essere – per implementare le risposte in termini di servizi da dare ai cittadini veneti, in coerenza anche con le innovazioni pur avviate in Veneto in materia di Sanità (vedi progetto Azienda Zero), di Istruzione e Formazione (vedi recente approvazione di una buona legge).
Se l’onesta prospettiva della “collaborazione leale” dovesse essere sacrificata sull’altare della strumentalizzazione politico-partitica, il Veneto verrebbe esposto all’ennesimo collasso reputazionale: così come per la dopatura delle azioni bancarie delle Popolari, anche il referendum farlocco sarebbe associato ad un ceto politico regionale menzognero ed indegno di essere preso in seria considerazione, oltretutto in preda (almeno per quanto riguarda la componente leghista) alla schizofrenia provocata dal militare in un Partito guidato da un lepenista, neopatriota nazionalista….
Anche in conseguenza delle considerazioni finora esposte, l’intendimento della presentazione del ricorso è non solo di fermare sul piano giuridico un’iniziativa improvvida, ma anche di indicare un nuovo orizzonte politico-culturale, ovvero la progettazione condivisa di un’inedita, realistica e proficua maggiore autonomia per una Regione che si deve attrezzare per esercitarla, chiudendo la stagione della predicazione e del velleitarismo sterili.

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