GUIDO PIOVENE IL VENETO CHE HA SAPUTO RI-CONOSCERE IL PAESE

Limpido racconto dell’Italia

Riproposto 60 anni dopo, il «Viaggio» mantiene l’efficacia di un reportage ben ancorato alla realtà, senza false mitologie, acutamente profetico

Andrea Cortellessa  –    5 Novembre 2017 – Il Sole 24 Ore domenica


L’Italia è bella perché è varia. E forse nessuno dei mille viaggiatori che nei secoli l’hanno mitologizzata è stato tanto puntiglioso, nel dar conto di tale inesauribile varietà, quanto colui che ne ha fornito l’immagine meno mitologica: Guido Piovene. Per questo Viaggio in Italia, che riporta in libreria Bompiani (il suo primo editore, al quale dedicherà nel ’70 Le stelle fredde: metafisico romanzo “postumo in vita” a sua volta riproposto con la bellissima introduzione di Andrea Zanzotto), resta un classico (che, in quanto tale, si poteva dotare di qualche cura in più). Quello di Piovene è il viaggio in Italia di un italiano; il suo libro rientra dunque in una tradizione che più sottile s’inalvea in quella più celebrata: quella (da Gadda a Landolfi, da Ceronetti a Celati) che fa capo alla Favola pitagorica di Giorgio Manganelli, per il quale l’Italia «è uno dei modi dell’altrove; […] è fuori». Chi da italiano viaggi in Italia deve divenire italiano: dell’Italia evita così i luoghi comuni, appunto le mitologie, i paesaggi cartolinizzati (del nostro tempo Piovene, in un pezzo del ’65 raccolto nel postumo Idoli e ragione, seppe antivedere il «fotografare anonimo, infinito, nevrotico e insensibile, questa specie di benda volontaria sugli occhi che impedisce di guardare il mondo»); si sposta nelle pieghe di un paesaggio che è anzitutto il suo paesaggio mentale.
Tutti questi viaggi sono ritorni a casa: ma per Piovene si trattò davvero di un viaggio da fuori, perché quando nel 1953 Antonio Piccone Stella gli propose per la Rai quello che quattro anni dopo diverrà Viaggio in Italia (sulla suggestione del De America quell’anno risultato da un periplo di 20mila miglia, da New York alla California: al volante – allora come in seguito – la devota seconda moglie Mimy, cioè Rachele Pavia), Piovene risiedeva da anni a Parigi, dove aveva lavorato per l’Unesco (a Londra invece, alla fine del ’74, finirà per morire semiparalizzato dalla SLA). Come altri italiani molto italiani Piovene avvertiva un’insofferenza, per una certa Italia, alla quale è difficile dare un nome (per questo, credo, all’Ombra di Piovene ha intitolato Franco Cordelli, nel 2011, un suo libro di ossessioni e riflessioni al quale si può ascrivere la cauta Piovene renaissance di questi anni), le cui spie vanno cercate proprio in questo libro in apparenza ammantato di «deplorevole ottimismo» (come lo rilegge lo stesso autore in un magnifico scritto recuperato proprio da Cordelli, Contro Roma, del ’73, ma uscito due anni dopo in un omonimo libro a più voci): le cui puntate andarono in onda dal ’53 al ’56, passarono per «Epoca» e infine pervennero, nel ’57, in una lussuosa edizione Mondadori che fu un successo e conobbe anche una riproposta televisiva nel ’68 (sono notizie che ricavo dalla monumentale antologia di Luca Clerici, Scrittori italiani di viaggio, uscita nei «Meridiani» nel 2013). Sicché è un peccato che tale origine “crossmediale”, come usa dire oggi, sia negletta dall’assenza delle bellissime foto aeree della princeps (ma opportuno sarebbe stato corredarla, pure, dei “ritorni” di Piovene: il citato Contro Roma nonché le pagine comprese, nel ’90, nel secondo volume dei Saggi).
L’ampiezza dello sguardo di Piovene si deve anche allo spazio a sua disposizione, ben eccedente quello degli altri reportage nati sui giornali: format allora ben più ampi di quelli di oggi ma tali, comunque, da costringere gli autori a equilibrismi retorici non sempre alleati della perspicuità. L’andamento conversevole di Piovene, le esitazioni, correzioni, anche ripetizioni con juicio, derivano invece dalla matrice “orale” delle sue pagine. Ma è così che può restituire la mutevolezza, la bellezza cangiante (per dirla con l’Hopkins dell’amico Montale) del suo Paese. Non solo le Marche «sono un plurale»: l’Italia intera «è una specie di prisma, nel quale sembrano riflettersi tutti i paesaggi della terra». E infatti Piovene si compiace di veder riflessi a distanza, di questo prisma, gli angoli più lontani: nella Sila ritrova «l’Alpe di Siusi o addirittura la penisola scandinava», in Lucania scopre angoli di Varesotto e del «bosco classico italiano, quello dei versi dell’Ariosto».
Ma l’Italia di Piovene è varia non solo in senso geografico. Della grande tradizione che il suo titolo riassume, il suo preferito era il testo fondativo, il Giornale di viaggio in Italia del signor di Montaigne (del quale scrisse un’introduzione nel ’59). Le star del genere a venire, come Stendhal, gli rimprovereranno la secchezza analitica, una mancanza d’entusiasmo «pittoresco», ma come dice Piovene nel Postscriptum all’edizione del ’66 (che è già un primo “ritorno” palinodico), il bagaglio di notizie economiche, l’escussione dei dati statistici, insomma la qualità d’«inventario» che ha emulato da Montaigne, sono un peso necessario per dare «il senso del concreto», al viaggio, e sottrarlo al «terreno spurio delle elucubrazioni più o meno brillanti su pretese caratteristiche perenni dell’Italia e dei suoi abitanti». Di colore Piovene poteva produrne, se voleva, quanto voleva (si leggano le pagine rapinose sulla Sicilia; quelle quasi da inviato speciale, in Puglia, da Padre Pio; o quelle sognanti sul vero e proprio ritorno nell’heimat vicentina); ma se ne asteneva, il più delle volte, per una scelta etica prima che stilistica.
Da Montaigne, però, Piovene deriva soprattutto la variabilità degli umori e delle idee («le idee», confessa nella premessa a Idoli e ragioni, «sono state per me viaggi»). Un altro suo amico incline ai ritorni, Vittorio Sereni (al quale nel ’66 Piovene dedica un pezzo che è un “cartone” dei suoi ultimi, straordinari romanzi), presenterà la sua ultima raccolta di versi, Stella variabile, con una formula proprio di Montaigne: «la vita fluttuante e mutevole». Non solo mutano, con quasi insostenibile vibratilità nervosa, i dettagli del paesaggio nel presente; soprattutto varia il senso, di quel paesaggio, a distanza di tempo. È una sensibilità che Piovene sa essere il suo proprium stilistico, ma anche la tabe che gli viene rimproverata: l’ambiguità che di volta in volta rivendica (la famigerata «malafede») e rinnega.
Già nel ’57 percepisce «il nuovo sovrapporsi al vecchio col distacco di una pellicola fotografata due volte in Paesi diversi»: dell’Italia registra cioè il mutare rapido dei caratteri antropologici, in termini che anticipano di un quindicennio le ben più note, e più gridate, considerazioni di Pasolini. Ma a posteriori, col «malumore» del ’66 e la «disaffezione» del ’73, il bilancio si fa ben più grave. Quella che già nel ’57 definisce la «società più mobile, più fluida e più distruttrice d’Europa», la vedrà affetta da un «furioso modernismo ritardatario», uno «spirito villano» che perde tutte le occasioni di un accesso equilibrato e consapevole alla modernità (nessun primitivismo «pittoresco», si capisce, in Piovene). E resta così, l’Italia, «un Paese oscuro a se stesso»: che assiste allo sgretolarsi del suo patrimonio artistico, dirà in Contro Roma, come alla «morte di un vecchio cane che toglieva libertà in casa». L’unità del Paese è stata realizzata a freddo, ma Piovene previene ricette folk a venire: la «cultura regional-popolare per me è altrettanto dubbia di quella nazional-popolare di buona memoria». In realtà, scrive nel ’73, «siamo in bilico tra due vuoti»: una rivoluzione socialista che lascerà, gattopardesca, tutto come prima, oppure un «tirare avanti all’infinito con un’Italia aculturale e affarista» che «scivolerà tra le nazioni più arretrate […]. Sarà grave per noi, indifferente per il mondo». Come è andata a finire si sa.
Il vuoto è l’incubo dell’ultimo Piovene: quello che contempla assiderato, come da un altro pianeta, non solo «la ex bellezza del mondo» (come dirà nelle Stelle fredde) ma la fine dell’idea stessa di mondo. Così siglerà questo sentimento il Sereni di un postremo “viaggio in Italia”, Autostrada della Cisa, sfrecciando «di tunnel in tunnel»: «non lo sospetti ancora / che di tutti i colori il più forte / il più indelebile / è il colore del vuoto?»
Guido Piovene, Viaggio in Italia , nota
di Oreste del Buono, Bompiani, Milano, pagg. 896, € 20

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