La «Gig economy» modello efficiente per nuove imprese

Aldo Bonomi – 10 Settembre 2017 – Il Sole 24 Ore domenica
Durante l’estate si assiste a spettacoli, si frequentano festival che accarezzano la voglia di evasioni, di incontro, o di immettersi nel divertimentificio… Difficile in questa atmosfera pensare ai tecnici che montano palchi e luci e agli artisti come lavoratori dello spettacolo. O alla gig economy, letteralmente economia del calesse con cui si spostavano negli anni della grande crisi in America i gruppi jazz pagati a serata.
Nell’America, di americanismo e fordismo, con il lavoro normato e salariato della catena di montaggio, la gig economy diverrà memoria e margine delle forme dei lavori. Ma oggi stanno dietro il palco delle luci dello spettacolo lavoratori intermittenti e precari e forse occorre scavare nell’attualità di ciò che ritenevamo inattuale e margine.
Riappare nell’ipermodernità delle forme dei lavori. Destino interrogante i giovani, la legislazione giuslavorista in affanno, come le misure pubbliche di intervento e tutela, pensioni comprese, per chi è intermittente e precario. Nella società dello spettacolo e dei creativi ma anche nelle professioni che si moltiplicano e segmentano nei saperi e nei servizi facendo apparire la nebulosa del lavoro autonomo di seconda e terza generazione. Oggi la rete nel suo connettere e far circolare ha sostituito il calesse delle jazz band peripatetiche di allora. Si delineano tre grandi bacini di composizione sociale al lavoro. Quello delle internet company, sogno di tanti smanettoni o inventori di start up con cui farsi riconoscere, quotare o acquisire. Il ciclo di industria 4.0 evoluzione competitiva della manifattura, non più fordista né distrettuale, dove aumenta il peso leggero dell’informazione e della conoscenza che si fa pesante con la robotica. E il bacino delle imprese sociali e dei servizi alle persone a fronte di un welfare sempre più insufficiente, privatizzato e segmentato. È il Titanic sul quale si aspira a salire aspirando a contratti, garanzie, welfare aziendale, premi di produzione. L’iceberg si forma nella condensa carsica che attraversa orizzontalmente in basso i tre settori. È la gig economy della modernità che McKinsey stima, in Usa e in Europa, oscilli tra il 20 e il 30% in età di lavoro, 162milioni di lavoratori indipendenti, per dirla in forbito, molti al lavoro con una intermittenza da precariato.
Si confrontano con la rete che uberizza con la robotizzazione della manifattura e con l’evoluzione e contraddizione dell’impresa sociale e cooperativa che a volte produce forme poco sociali di lavoro e false cooperative. Attratti dalla rete e dalla narrazione che rappresenta il navigare nel mare dei lavori come la ruota della fortuna, molti si percepiscono come imprenditori di sè stessi e capitalisti personali.
Ma tanti sono nella ruota del criceto dell’incertezza del precariato arrancando con difficoltà. Si dedicano alla neo artigiania con le stampanti 3D, lavorano comunicando o rappresentandosi nel ciclo della consulenza ed altri, orientati da un radicalismo umanitario, si dedicano al margine del disagio e della sofferenza, con tanto senso di sè e scarso reddito. Questione sociale aperta come dimostra il confronto che ha attraversato anche il mese di agosto sulla pensione per i lavoratori intermittenti e agevolazioni per le assunzioni nel ciclo manifatturiero per i giovani. Mi ha colpito un libro appena uscito che evidenzia una terza via, dal titolato: «Rifare il mondo del lavoro», di Sandrino Graceffa, DeriveApprodi. Si mette in mezzo tra il ponte del Titanic e l’iceberg, tra il sopra e il sotto, in un mondo di lavori duale e selettivo. Recuperando, a proposito di attualità di ciò che appare come inattuale, il mutualismo, il cooperare e l’auto organizzazione dei soggetti. Racconta come partendo proprio dai lavoratori intermittenti dello spettacolo, sia nata Smart (Sociètè Mutuelle des Artistes).
Partendo dal Belgio oggi Smart è una cooperativa presente in 7 paesi europei, Italia compresa, ha 90mila soci, 80mila committenti e 153milioni di fatturato. L’amministratore delegato di Smart Graceffa, racconta la nascita di questa esperienza che via, via, ha aggregato al mutualismo e al cooperare le tante forme in cui si è scheggiato il diamante del lavoro, raccontando il proliferare di esperienze di auto organizzazione dal basso, di mutualismo e cooperazione soprattutto in Francia. Interessante anche la biografia dell’amministratore delegato che inizia come educatore in un’impresa sociale poi si occupa di sviluppo locale e territoriale, dove appare la nuova composizione sociale al lavoro, per poi arrivare al mondo dei creativi e dei lavoratori della conoscenza. La vera innovazione di questo modello di cooperativa è che in primo luogo aggrega lavoratori indipendenti freelance che fanno impresa, ovviamente offendo i servizi di tutela tradizionale, assistenza contabile, legale, servizi, ma è nell’introdurre nel cooperare il mutualismo per abbassare il rischio il vero salto. Per i lavoratori intermittenti significa malattia, incertezza e ritardi nei pagamenti e come affrontare i periodi in cui non si hanno commesse o incarichi. I soci imprenditori versano alla cooperativa il 6,5% dei loro contratti il che permette di ricevere pagamenti anche in presenza dei ritardi dei committenti e di avere un reddito minimo in attesa di nuove commesse.
In più la cooperativa può svolgere, un ruolo di capo commessa, aggregando una pluralità di saperi e, nei confronti di gruppi come Foodora, quella dei pasti consegnati in bicicletta, aprire vertenze collettive chiedendo garanzie e tutele. Da leggere anche l’introduzione di Sergio Bologna, padre nobile in Italia delle riflessioni sul lavoro autonomo di seconda generazione, che, con uno sguardo europeo riflette sulle esperienze italiane come confassociazioni, che fa lobby buona delle nuove professioni e l’esperienza di Acta, socia di Smart in Italia, che da tempo ha dato voce e rappresentanza alle partite iva. Queste esperienze interrogano il sindacato, la cooperazione, il terzo settore che fa comunità di cura e il bacino dei lavoratori della conoscenza e di quelli che lavorano comunicando.

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