“La mia vita nei boschi per spiare i segreti degli orsi in amore”

Alberto Stoffella, forestale, segue da quasi trent’anni i plantigradi che ripopolano le Dolomiti del Brenta


GIAMPAOLO VISETTI – Repubblica – 14 maggio 17

MALGA CEDA (GRUPPO DI BRENTA).
Anche sotto cima Sparaveri quest’anno la natura è partita troppo presto. Prima dell’ultima neve ha fatto un caldo mai sentito. Gli orsi hanno anticipato l’uscita dalle tane. I maschi sono già a caccia di femmine in estro. Nascosto sopra uno sbalzo di roccia, sopra la malga Ceda di Villa Banale, Alberto Stoffella guarda tre bestie che possono raccontare qualcosa d’importante sulla vita nelle Alpi. Un adulto ha appena ucciso tre cuccioli, nati durante il letargo invernale. «I maschi — dice — sentono la concorrenza e hanno bisogno che le femmine tornino subito in calore, senza dedicare una stagione ai piccoli. Questi sacrifici sono l’assicurazione biologica per la sopravvivenza della specie».
Alberto Stoffella fa la guardia forestale, e da quasi trent’anni vive con gli orsi che ripopolano il Gruppo di Brenta. Sotto la pioggia è salito in montagna alle 3 di notte. Vuole capire perché un maschio giri ora attorno a due femmine, di chi fossero i cuccioli sbranati. Il loro comportamento può aggiungere una tessera cruciale al misterioso mosaico della natura che cerca di adattarsi a condizioni ostili. «L’orso — dice — sa che resistere qui è un evento prodigioso. Era geneticamente estinto, grazie all’uomo è ritornato. Siamo i soli organismi onnivori che hanno superato l’evoluzione sull’arco alpino: il nostro destino resta intrecciato».
Il ritorno dell’orso in Trentino è un fatto senza precedenti, un successo scientifico mondiale. Nel 1993 restavano tre esemplari vecchi. Oggi vivono qui da 49 a 66 animali: i cuccioli nati da qualche settimana sono tra 11 e 18. Erano tre secoli che le Alpi non potevano contare su una quantità tanto rassicurante del predatore più decisivo, capace di non soccombere allo sterminio e al saccheggio delle foreste. Con lui, tra l’Alto Garda e la Svizzera, sono tornati anche i lupi e un maschio di lince.
L’uomo che vive con gli orsi del Brenta non è solo. Anche oggi con lui c’è il cane Ceck, un Laika russo capace di fiutare a chilometri un pelo di plantigrado. «Analizzare reperti organici — dice Stoffella — permette di seguire via satellite ogni animale. Qui, prima di noi, c’erano loro. Fatichiamo ad accettare l’incertezza della natura, vorremmo ridurre ogni ambiente al protetto giardino sotto casa. La sfida dell’orso è la nostra: superare i limiti di un mondo prevedibile chiuso in un computer, dove emozionano solo i soldi».
La strage degli orsi neonati in Trentino, per la prima volta in Europa, è stata vista e filmata. È un documento eccezionale, custodito dai naturalisti in attesa di fare il giro del mondo. L’attacco è avvenuto su una parete a strapiombo sopra la val Ceda, che dal lago di Molveno entra nel cuore del Brenta. Poco dopo le 10 del mattino un grosso maschio ha aggredito la femmina, appena uscita dalla tana invernale con i tre cuccioli. «Due li ha sbranati subito su una lingua di neve — dice il forestale Renato Rizzoli — il terzo si è arrampicato su un larice ed è stato fatto cadere dopo una ventina di minuti. La madre ha lottato invano per salvare i figli, poi li ha cercati per ore tra i mughi, rugliando come impazzita».
Dopo giorni la femmina ancora li aspetta davanti alla tana, prossima ai tre nidi di una coppia di aquile, impegnate a nutrire il loro pulcino di cinque giorni. Gli scienziati sperano di scoprire quando l’orso che ha divorato i piccoli tornerà a fecondare l’orsa cui ha voluto accelerare il calore per trasmetterle i propri geni. «È l’attuazione straordinaria del ciclo della vita — dice l’ornitologo Paolo Pedrini — che sotto i nostri occhi torna a compiersi dopo secoli anche sulle Alpi».
Vivere con gli orsi impone di muoversi di notte. Di giorno si sta fermi, come loro. «Si sono adattati a noi — dice Claudio Groff — cedendoci la luce per occupare l’oscurità e gli strapiombi. Un tempo erano diurni, poi hanno capito che non potevano agire simultaneamente all’uomo ». Groff è il responsabile della sezione grandi carnivori dell’ufficio foreste del Trentino. Laurea in giurisprudenza, vent’anni fa ha chiesto di essere «dequalificato » da funzionario a guardaparco. Per tre anni ha seguito nei boschi i primi esemplari del progetto Life Ursus, prelevati in Slovenia. Ogni volta che può torna in quota per stare tra gli orsi e ammirare la forza completa e perfetta della vita. «Tutto avviene — dice Groff — con l’obbiettivo di conservare la specie, garantendo tutte le altre. Per questo traguardo l’orso ha scelto la solitudine, capace di conferirgli un carattere individuale. Conosce i luoghi e le stagioni, si sposta per seguire il cibo che gli serve, al 70% vegetale. Nel tempo è geneticamente cambiato: ora tocca a noi correggere la nostra prepotenza, se non vogliamo condannare lui e quindi noi stessi».
Lo spettacolo del rifugio segreto degli orsi in amore, dietro la val d’Ambiez e oltre i pascoli del Valandro, è assoluto. A un paio d’ore dalle industrie e dal traffico padano, sopravvivono i boschi di faggio e di conifere, le rocce calcaree che tornano a far incontrare gli orsi con i lupi, la lince con il gipeto, le volpi con i galli forcelli, i camosci con le marmotte. In queste ore i cuccioli di orso, nati di 300 grammi, crescono per raggiungere i 30 chili prima del letargo. Chi non supera la concorrenza e gli agguati muore per non indebolire la fibra del gruppo. «Penso al loro istinto per la generosità — dice Stoffella — e all’egoismo umano. Il 48% dei decessi di orsi è dovuto a cause riconducibili a noi, a partire dagli avvelenamenti».
Per accoglierli, l’opportunismo politico li pretende anonimi e invisibili. I nomi sono stati sostituiti da sigle, è impossibile affezionarsi. «Ma contro ogni previsione — dice Groff — in un’area di 20mila ettari si ricompone la millenaria catena della vita selvatica, che collega il Mediterraneo con le pianure che raggiungono la Scandinavia e i ghiacci polari. È un’oasi biologica decisiva: solo l’ignoranza degli uomini può distruggerla, stavolta per sempre». Nelle Dolomiti la primavera ha riportato l’amore e la morte che lo rende possibile. La vita, con una determinazione che commuove, ce la fa. La nebbia sfiora i tronchi artigliati dai giovani orsi che definiscono il pascolo estivo. I peli grigi coprono la corteccia. Stoffella li annusa e li accarezza, si ferma e ascolta le orse soffiare lontane nella pioggia.

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