Galassia Gutenberg. La qualità non è rara , ma lo spazio della sterilità è ampio

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Il Progetto Geecco per un ecosistema  della comunicazione che contribuisca alla mobilitazione cognitiva.

di Stefano Lazzari

Iniziare partendo dall libro di Marshall McLuhan è d’obbligo per il nostro progetto.
Galassia Gutemberg, e soprattuto il suo sottotitolo, l’Uomo Tipografico, ci da il punto di vista con il quale partire, la pietra miliare su cui costruire il nostro progetto di comunicazione.

Al centro c’è l’Uomo, mutato e supportato dalle tecnologie, ma al centro di tutti i processi decisionali del valore. In altre parole, al centro delle decisioni redazionali c’è uno staff, delle competenze e delle responsabilità che non vogliamo demandare ad un algoritmo.

Noi crediamo che ci sia in atto una evidente deriva dell’istanza dei fondatori del web, peraltro già prevista e annunciata da tempo. Se l’uomo tipografico ha avuto una evoluzione, è stato proprio nel web che ha trovato per un certo tempo il suo laboratorio, la sua stamperia. Cosa che non è più attuale oggi.
L’ipertestualità, la biblioteca universale e l’associazione libera, arbitraria, autoriale dei sei gradi di separazione che presupponeva la visione della relazione critica fra contenuti, è venuta sempre meno spinta a margine da un web performativo, spesso autoreferenziale, che privilegia altre forme di comunicazione più immediate (più facilmente controllabili) spesso relegate all’interno di piattaforme che chiaramente scoraggiano la condivisione fra contenuti e piattaforme.
Le tecnologie del web si dimostrano bifronti sull’argomento, ma questo ce lo aspettiamo: l’ambiguità è uno delle esternalità del sistema, come il rumore è legato indissolubilmente all’ informazione. Dunque se da una parte i social media hanno generato l’attenzione alla condivisione, d’altra parte l’hanno anche ingabbiata in una colossale sfera di rimbalzi e di ridondanze che ne ha aumentato a dismisura il rumore.

La complessità del sistema digitale spinge a riconoscere l’informazione come un effetto marginale, una increspatura nel dominante rumore bianco derivato dalla ridondanza comunicativa. Questo è lo stato che vogliamo arginare e controbattere con il nostro progetto, riportando al centro la responsabilità autoriale con una curatela dei contenuti che abbia come obbiettivo l’abbattimento dell’incertezza, l’emersione dei contenuti di valore secondo criteri dichiarati, espressione dei principi fondanti del web sulla convergenza fra letteratura e tecnologia.

Content is king.
Content curation VS Social influence
…”Io ero sul fronte opposto di questa rivolta: la mia contro-argomentazione era che il lavoro di molti dilettanti senza alcuna revisione, semplicemente, non era così interessante e neppure affidabile.
Quando un milione di persone avessero scritto un milione di volte a settimana, a questa inondazione di testi disponibili sarebbe decisamente servita una guida intelligente.
La necessità di una selezione top-down avrebbe semplicemente aumentato il proprio valore al crescere della quantità di contenuto prodotto dagli utenti.
Nel tempo, le aziende che offrivano questo tipo di contenuto avrebbero dovuto iniziare a sovrappor
re un po’ di revisioni, di selezione e di gestione al loro oceano di materiale, per mantenerne qualità e attrattiva. Doveva esserci qualcos’altro oltre alla pura anarchia del bottom.

L’inevitabile. Le tendenze tecnologiche che rivoluzioneranno il nostro futuro
di Kevin Kelly e A. Locca | 12 ott. 2017

Si diceva, il web performante mette in discussione il primato del contenuto. Che la creazione dal basso sia stata la grande spinta evolutiva del web e la sua più grande invenzione è innegabile. Ma è altrettanto vero che inevitabilmente, coll’aumentare della massa degli autori e dei contenuti pubblicati, il Bias cognitivo ha aumentato a dismisura la sua influenza, ed oggi ci troviamo a fare i conti con un sistema di influenza sociale mediata dalle piattaforme sociali che premia modelli di comunicazione arroganti e falsificatori.

Ma la leva su cui vogliamo agire non vuole contrapposizioni semplici fra quantità e qualità, tra cultura e superficialità. Quello che vogliamo attuare è una sintesi, una integrazione fra la Galassia Gutemberg e la pervasività dei social media riportando al centro il contenuto.
Per questo ci poniamo come intermediari, orientatori, integratori di sistema dell’autorialità diffusa, adottando la Content Curation come modello editoriale, e il syndication come modello di social influencing.
Content Curation
La Content Curation non è (solo) una tecnologia.

“Content is king”, si diceva. Se questo è vero, allora la Content Curation ne è il primo ministro, la mente e contemporaneamente il cuore pulsante del governo che attua e rende possibile la creazione di scopi, destinazioni, valori e senso delle informazioni che chiamiamo “contenuti”.
Quello che la Content Curation sta facendo di salutare è spostare il valore dell’innovazione dalla tecnologia al know-how, alla conoscenza e dunque alla creazione di valori e di senso.

Creare valori e senso sono azioni umane, terribilmente umane e direi, meno male.
Perché credo che se vogliamo dare alla Content Curation la posizione che merita e avvalorare la sua diversità e attualità rispetto alle tantissime tecnologie nate attorno alla gestione e condivisione dei contenuti ormai universalmente conosciute come 2.0, dobbiamo dar conto che la Content Curation non è una tecnologia, ma il ritorno dell’umano nei processi di relazione e valorizzazione delle informazioni, che i tanti sistemi di aggregazione già presenti non hanno.

La Content Curation crea valore contro l’incertezza.
“Qual’è il valore di questa notizia? ma questa è vera?” L’incertezza domina la rete, e se il contenuto è re, questo può essere spesso nudo. Certo, l’accettazione dell’ambiguità è condizione necessaria per poter proporre una qualunque forma di verità condivisa, ma è anche ormai riconosciuto come la reputazione, il “trust”, sia il controvalore all’ambiguità: più sei certificato dal network per la tua autorevolezza, più la tua voce è forte e chiara. Oggi più che mail il valore, anche e soprattutto economico, non è nella notizia, ma nella sua certificazione.

La “curatela” non è una valutazione passeggera, un “like”, ma è un processo di trasformazione, di metabolizzazione delle informazioni attraverso un processo di relazione fra le tante informazioni presenti in rete (dati da fonti certe, Stackeholders, “vox populi”) attraverso il filtro di un know-how tornato finalmente a far sentire la sua voce.
Si sentiva una generale stanchezza del modello proposto dalla folksonomy, la collettivizzazione delle categorie e delle tassonomie, e si torna a sentire la necessità di una voce che si distingua e che racconti una storia.

La Content Curation crea percorsi di senso.
I social media sono tecnologie ad altissima velocità di propagazione ma a bassissima intensità: la notizia dura un battito di ciglia, o meglio sino al Twitter successivo. Il nozionismo impera, e d’altronde è comprensibile vedere nella relativizzazione delle fonti e nella brevità (o diciamolo: nanismo) dell’esposizione del contenuto il principale limite di tutto il sistema di senso proposto dalla rete. Però il contenuto in rete ha una sua natura quantistica, che lo vede a seconda dell’osservatore, ora particella ora onda. Dunque è nella capacità di dell’osservatore, in questo caso della nostra Content Curation, cogliere, isolare, amplificare e relazionare le singole particelle informative per storicizzarle, o meglio per “storificarle”, trasformarle in racconto leggibile.

Content Curation è tecnologia tecnocreativa.
Ma dunque è il ritorno della buona vecchia redazione? Ni. Indietro non si torna, la rete d’oggi è il più potente sistema editoriale mai esistito al mondo, e noi, i nostri dispositivi mobili, la nostra “personomy” siamo parte del sistema nervoso del mondo. Le tecnologie contano, eccome, sono il nostro il principale strumento prima per la raccolta e la trasformazione delle informazioni in senso, e poi come interfaccia per la loro pubblicazione/condivisione e manipolazione. La Content Curation si occupa di quella parte indispensabile e che nessuno strumento tecnologico (che io sappia) può sostituirla appieno: cogliere la qualità. E scusate se è poco.

Syndication
Social influencing fra Maometto e la montagna.

Facebook come diario del mondo. È uno dei più grandi, quantomeno, perché non è l’unico. Può contare su due miliardi di lettori/scrittori. E di questi, sono ventotto i milioni di italiani si collegano per consultare le sue pagine ovunque, a casa, in tram, a letto, in ufficio.
Ignorare questo dato di fatto è semplicemente antistorico, oltre che impossibile. Il problema della più diffusa critica tuttavia non è tanto quello di sminuirne la sua importanza come media comunicativo, quanto quello di considerarlo figlio di un dio minore, espressione di una vacuità amplificata dalla tecnologia. Che questo corrisponda al vero non si può smentire, così come non si può smentire che sia anche il suo contrario, rappresentando di fatto uno degli strumenti di emancipazione digitale più importanti, che ha dato l’opportunità di usare la rete a milioni di utenti digitalmente prima marginalizzati, ora in grado di generare il più grande flusso informativo della storia recente.
Questo fatto innegabile è il vero cuore del network.

Quello che interessa al progetto è entrare nei processi del network sociale, adottando il modello di Network come Syndication.
In pratica si applica in rete la modalità dei syndication televisivi, con una variazione sostanziale, dettata dalla natura del media:

televisivamente il syndication indica:
“la diffusione radiotelevisiva, la vendita dei diritti di trasmissione di programmi radio e televisivi a singole emittenti televisive locali, senza passare attraverso una rete di emittenti televisive nazionali.”
Per noi, nella diffusione online, diventa “la condivisione dei diritti di pubblicazione di contenuti e promozioni in singole pagine Facebook, senza passare attraverso un sistema centralizzato di
produzione e pubblicazione”.

Questo vuol dire aggregare un insieme di pagine Facebook ognuna autonoma e indipendente, ma che utilizzano convenientemente i contenuti redazionali, gli eventi e le iniziative in network gestite in condivisione adottando una comune policy di pubblicazione basata su tre semplici leggi:

La prima è la reciprocità di ruolo dei partecipanti nelle pagine del network. Questo è il Trust base per tutte le operazioni con altri partner.

La seconda è la pubblicazione, e riguarda il numero e la natura dei contenuti che i partner del syndication garantiscono come minima pubblicazione.

la terza è la promozione, che riguarda sia la diffusione tramite condivisioni e inserzioni, con l’adozione di budget pubblicitari comuni.

Facebook permette di gestire le risorse (pagine, budget pubblicitari, cataloghi, redattori, autori, ecc) coordinando tutta una serie di attività specifiche editoriali e pubblicitarie integrate sia al suo interno, che in magazine web (basate ad esempio in WordPress)
Significa pensare al web come a una piattaforma editoriale dove proporre a gruppi mirati di utenti, contenuti, inserzioni, cataloghi.

Presupposti e precisazioni sul modello tecnologico

I processi di condivisione delle risorse che applichiamo sono conseguenti alla modalità con cui trattiamo i contenuti. Derivano in parte dall’esperienza e in parte dalle caratteristiche delle attuali tecnologie di rete in relazione alle attitudini e abitudini di chi le usa.

Mobilità: utilizziamo solo tecnologie hardware e software che non necessitano di risorse tecniche più di quanto servano oggi a un moderno smartphone, sempre accessibili in movimento e in remoto.

Ubiquità: gli strumenti per generare, gestire e consultare i contenuti del network sono molteplici, tutti in connessione fra loro, nessuno necessario, indipendenti da un sistema o un linguaggio proprietario, tutti sostituibili, ampiamente condivisi nelle pratiche e nelle modalità d’uso dalla maggior parte dei suoi utenti.

Cloud: Tutte le tecnologie utilizzate sono servizi, tutti i contenuti sono elaborabili e accessibili senza intermediari fisici (un luogo e/o una tecnologia residente), non necessita di nessun software specifico da installare, tutto accessibile attraverso un browser o una app “always connected”.

A questi presupposti applichiamo il principio ” Forti con le tecnologie deboli”, ovvero l’uso di tecnologie ampiamente utilizzate, con costi di gestione e senza acquisti di licenze, senza vincoli di proprietà e di gestione.
Questo vuol dire che in questa fase non è prevista la creazione di una “piattaforma”, anzi il suo contrario.
Il sistema si basa su un “ecosistema” di tecnologie/servizi di rete che si relazionano come moduli uno nell’altro, che svolgono specifici compiti e che sono spesso già in uso degli utenti.
Tutto il valore aggiunto sta nel governo del processo con i suoi organi di gestione e nel controllo della qualità, le uniche due funzioni non demandate al sistema.

In conclusione La Content curation ha l’obbiettivo di raccogliere, concentrare e redistribuire topic da una filiera di fonti confermate verso stackeholder politici e sociali, pubblici amministratori e cittadini.
Il Syndication delle pagine Facebook ha l’obbiettivo di condividere in forme strutturate, a condivisione di contenuti e asset generati da un network di pagine che condividono una comune policy di pubblicazione.

Informazione, Deformazione…… o (banalmente) ‘Disattenzione’

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Alcune domande per un’intervista immaginaria
Va riconosciuto da subito un grande merito agli organizzatori del Convegno ‘Dall’Informazione alla Deformazione’, sabato prossimo in sala Rossini al Pedrocchi di Padova.
E non solo perché il tema affrontato è ‘sulla bocca di tutti’ per il gran parlare di fake news, manipolazione dell’opinione pubblica, imperversare del cazzeggio social che surroga, sostituisce ed in molti casi sovverte la buona informazione, cercata-sudata-divulgata attraverso la costosa carta stampata ed i media tradizionali.
Il merito è di avere allineato al Tavolo dei Relatori Professionisti ed Analisti, sicuramente dotati di competenze pregiate, ma soprattutto osservatori e protagonisti, protagonisti ‘in campo’, con responsabilità dirette e – fatte salve le prerogative degli Editori proprietari dei giornali – poteri & funzioni per adottare le strategie di comunicazione ed orientare le scelte redazionali.
Ci sentiamo quindi facilitati a porre una serie di interrogativi ed esternare alcune perplessità sul come la quasi totalità dei Direttori di Giornale (ma anche delle Tv Private che mandano in onda l’infotainment) organizzano e gestiscono l’agenda setting focalizzata sulla vita sociale, economica e politico-istituzionale nella nostra Regione.
1. Innanzitutto una premessa: la loro vita professionale, seppur adeguatamente – talvolta molto ben – remunerata è diventata grama o per usare una urticante espressione di Luciano Bianciardi ‘agra’, con un orizzonte denso di nuvole che promettono pioggia, con dati e trend negativi. Basta scorrere le cifre e le previsioni per comprendere il loro atteggiamento, che se si esclude la postura ed il sorriso provocatori di un Maurizio Belpietro, è sempre serioso e preoccupato
2. Ciononostante è ad essi che va chiesta la diagnosi sullo stato di salute cagionevole di tutte le Testate del Nordest, che si manifesta con una caduta rovinosa di circa il 50 % delle copie vendute nell’ultimo decennio e con tendenza ad un progressivo declino.

3. Il secondo interrogativo è più malizioso: può esistere una correlazione tra il baratro nelle vendite dei Giornali ed il contestuale collasso etico-civile di una realtà socio-economica dapprima – letteralmente – dipinta come una formidabile locomotiva che è deragliata per i massi, non segnalati sui binari, dei Project financing furbetti, del Mose, delle Popolari, dei PFAS?

4. Ed in sequenza logica possiamo capire perché la stampa locale è arrivata a ‘scoprire’ i tumori morali, di cui c’erano numerose avvisaglie e manifestazioni per le quali non erano necessarie eccezionali doti di segugio, quasi sempre ex post l’esplosione di scandali e la ‘caduta’ di Personaggi-chiave omaggiati – fino al crollo della loro credibilità pubblica – di riconoscimenti ed untuose riverenze per il ruolo di conduttori delle magnifiche sorti progressive del venetismo?

5. Ma fino a questo punto, potremo convenire, i Giornali avrebbero potuto aver esercitato solo una seppur poco illuminata ‘registrazione dei fatti cronaca’ e, tranne casi – che avrebbero sicuramente attratto la cinepresa di Pietro Germi – come la realtà vicentina del ‘caso Banca popolare’, non aver subito un comprensibile condizionamento ambientale che ha annebbiato la vista e frenato le battute alla tastiera dei Cronisti.

6. È ciò che avvenuto dopo alla caduta del ‘Padrone del Nordest’ che ci fa leggere con sospetto ed una certa dose di sarcasmo la linea editoriale delle numerose testate locali:
ci si sarebbe aspettato che l’evidente crollo di credibilità ed adeguatezza della classe dirigente veneta diventasse un’occasione propizia per riannodare un dialogo ( e gli abbonamenti) con i lettori, sollecitati con inchieste, forum, tavoli tematici, dati statistici veritieri, a riflettere, discutere, focalizzare contenuti e percorsi di un processo di responsabilizzazione che determinasse l’inversione di tendenza, ovvero l’aggregazione ed una sorta di empowerment etico-sociale, di cittadinanza attiva mobilitante per visioni ed azioni di futuro sull’infinita agenda veneta di ritardi, tensioni, contraddizioni che richiedono un sussulto di mobilitazione cognitiva, di generosità individuale e collettiva.
Ed invece?
7. Abbiamo assistito alla messa in scena di una riedizione aggiornata della ‘Storia di Sior Intento’ con cui i Direttori di giornali e Tv hanno avviato la narrazione che uno scrittore ha titolato ‘Zaiazione’. Il canovaccio dell’Autonomia, imperniato su un’autentica contraffazione (lo so, è un ossimoro, ma il lavoro giornalistico su di essa e per essa è stato davvero un’impresa titanica che va riconosciuta) del bilancio dello Stato, è diventato una Telenovela con cui tentare di irretire l’attenzione e l’interesse di lettori sempre più disattenti perché attratti dalle sirene dei messaggi e dell’informazione social, oramai distribuita autonomamente e senza intermediazioni, dallo staff- comunicazione di un Presidente di Regione sempre più a suo agio nel ruolo di PRM attribuitogli da una Stampa impreparata e disinteressata ad indagare le responsabilità di un Presidente Governante.
8. Ed in tale mainstream creato dall’assenza di un’attività di watch dog, l’opinione pubblica è stata progressivamente diseducata a leggere criticamente la fenomenologia politica regionale e territoriale. Un episodio per tutti: è basta la diffusione di una notizia su un’immaginaria ‘palude’ nel terreno di Padova Ovest dove insediare il Nuovo Ospedale, per sconvolgere la Programmazione e causare un incesto finanziario ed ambientale ai danni del Comune padovano

9. Ma l’opera di ‘cloroformizzazione’ si è spinta molto avanti e gli episodi occultati e le emergenze mascherate nell’ultimo lustro costituiscono ora un dossier tanto esplosivo quanto corrosivo della deontologia professionale di Operatori della Comunicazione indecisi a tutto in quanto il loro opportunismo nei confronti dei Palazzi veneziani non li hanno premiati, ma non sanno se un cambiamento di registro, ovvero un’operazione di ‘disvelamento’ della realtà, con la drammaticità delle emergenze sociali ed economiche e la mediocrità della Governance possa consentire loro di invertire la rotta dell’audience e dell’accountability.

Magari sabato prossimo ascolteremo delle novità (almeno ce lo auguriamo).

Annotazioni per una Biblioteca della Cultura democratica contemporanea

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Il documento dedicato alla ‘Rigenerazione Democratica’ è stato strutturato in 40 Capitoli, a partire da una introduzione che ne illustra le ragioni e gli obiettivi ed a seguire da una successione di testi che focalizzano gli argomenti indicati per avviare la riflessione e la progettazione politico-culturale che si ritiene attualmente siano deficitarie, per non dire reticenti in quello che identifichiamo come un vasto campo democratico-riformista che in Italia così come in Europa ed in Usa, è attraversato da una crisi identitaria che si riflette nel declino elettorale e negli impulsi alla frammentazione, alla defezione, all’ammiccamento populista.
In particolare nell’ambito del Partito Democratico a trazione Zingaretti si sta profilando una gestione low profile che viene giustificata da una scelta emendativa del recente passato ritenuto connotato da una strategia che ha comportato la ‘disaffezione’ della base sociale di consenso tradizionale e causato la sconfitta elettorale del 4 marzo 2018.
La ribadita discontinuità con la stagione ‘renziana’, legittima e per certi versi pur necessaria, in particolare per quanto attiene la governance del partito che per un lungo periodo è stato appiattito e sacrificato sulla funzione politico-istituzionale della sua leadership, non può però tradursi in un sostanziale disimpegno ad elaborare una visione ed un pensiero, a delineare le traiettorie di un futuro nel quale ci si ri-pensi centrali come soggetto protagonista del rinnovamento democratico del Paese.
E per interpretare tale ruolo è necessario procedere sulla strada delle scelte di sviluppo economico, innovazione amministrativo-istituzionale e di inclusione sociale avviate dai Governi Renzi-Gentiloni operando una loro implementazione che le renda più efficaci sui terreni ‘abbandonati’ alle incursioni demagogiche giallo-verdi (sud, reddito di cittadinanza, sicurezza, integrazione dell’immigrazione) e non diventati – per deficit di elaborazione culturale e di impianto organizzativo di Partito – l’oggetto di dibattito e mobilitazione, di un’esplicita scelta di campo progressista da promuovere in tutte le sedi e con tutti gli strumenti di comunicazione.
Sarebbe masochistico e perdente retrocedere, come sembra prefigurare il programma divulgato da Nicola Zingaretti con il suo libro, ‘Piazza Grande’, di rilancio di una Spesa pubblica assistenzialistica e delle ‘giaculatorie’ sul ‘capitalismo selvaggio’ evitando accuratamente di misurarsi con le sfide della crescita, accompagnate dal forte impulso ai provvedimenti di giustizia sociale, che costituiscono il vero banco di prova di uno schieramento democratico-riformista.

A partire da queste considerazioni sono state elaborate delle schede che contengono analisi e proposte, che non illustrano esaustivamente le questioni affrontate, bensì esprimono un ragionamento aperto alla discussione e, con le funzioni di cooperazione editoriale ed ipertestuali che Medium rende praticabili, all’integrazione dei testi fino a dar loro un significato compiuto ed una coerenza con l’impostazione generale del Documento visto nel suo insieme.
L’obiettivo del progetto è di rendere la piattaforma di contenuti pubblicati una base di discussione e confronto interattivi, per consentire il coinvolgimento e gli approfondimenti di tutti coloro che sono interessati a partecipare e dare il loro contributo di competenze specifiche e di esperienze personali sui temi e sulle proposte delineati nei singoli capitoli.

Con le annotazioni bibliografiche si intende indicare il frame culturale e la mappa di idee e valori che costituiscono il quadro più ampio delle fonti che hanno ispirato il documento e suggerire delle letture che possano aiutare sia l’orientamento politico generale che il lavoro di scrittura di quanti collaboreranno all’iniziativa.
La lista delle pubblicazioni è formulata sulla base di una suddivisione e successione di aree tematiche e potrà essere integrata con le indicazioni di altri libri e documenti che consentano di ampliare lo sguardo ed approfondire sul piano analitico la elaborazione dei testi.

I.
CULTURA E POLITICA

A cura di Simonetta Fiori, Alberto Asor Rosa, Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali, Editori Laterza, Roma- Bari 2009
Antonio Gramsci, Gli intellettuali, Editori riuniti, Roma 1971
Antonio Gramsci, Odio gli Indifferenti, Chiare Lettere, Milano 2018
Donatella Di Cesare, Sulla vocazione politica della filosofia, Bollati Boringhieri, Tprino 2018
Edoardo Boncinelli, Noi siamo cultura. Perché sapere ci rende liberi, Mondadori, Milano 2015
Hannah Arendt, Verità e politica, Bollati Boringhieri, Torino 2017
Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 2000
Francesco Occhetta, Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi, Edizioni San Paolo, Torino 2019
Loredana Sciolla, Sociologia dei processi culturali, il Mulino, Bologna 2012
Lorenzo Biagi, Politica, Edizioni Messaggero, Padova 2017
Norberto Bobbio, Politica e cultura, Einaudi Editore, Torino 1977
Pierluigi Battista, I conformisti. L’estinzione degli intellettuali d’Italia, Rizzoli, Milano 2009
Raymond Aron, L’oppio degli intellettuali, Lindau, Torino 2008
Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, Laterza, Roma-Bari 2010
II.
IL LINGUAGGIO NEL DISCORSO POLITICO
Gianfranco Carofiglio, Con parole precise. Breviario di scrittura civile, Editori Laterza, Roma-Bari 2015
Gianfranco Carofiglio con Jacopo Rosatelli, Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2018
Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica, Editori Laterza, Roma- Bari 2017
Sherry Turkle, La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, Einaudi, Torino 2016
III.
COMUNICAZIONE ED OPINIONE PUBBLICA
Jonathan Haidt, Menti tribali.perchè le brave persone si dividono su politica e religione, Codice Edizioni, Torino 2013
Jurgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Editori Laterza, Roma-Bari 2006
Francesco Nicodemo, Disinformazia. La comunicazione al tempo dei social media, Marsilio, Venezia 2017
Manuel Castells, Comunicazione e potere, Università Bocconi Editore, Milano 2009
Mario Rodriguez, CONSENSO. La comunicazione politica tra strumenti e significati, Guerrini e Associati, Milano 2017
Mario Rodriguez – Niccolò Addario, Comunicare la politica. Consenso e dissenso nell’era di internet, Monduzzi-Cisalpino 2016
Massimiliano Panarari, L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip, Einaudi, Torino 2010
Massimo Mantellini, Bassa risoluzione, Einaudi, torino 2018
Paolo Pagliaro, Punto. Fermiamo il declino dell’informazione, il Mulino, Bologna 2017
Walter Lippmann, L’opinione pubblica, Donzelli, Roma 2018
IV.
TEMI E DILEMMI DELLA DEMOCRAZIA CONTEMPORANEA
Arend Lijphart, Le democrazie contempranee, il Mulino, Bologna 2014
Colin Crouch, Postdemocrazia, Editori Laterza, Roma-Bari 2005
Carlo Galli, Democrazia senza popolo. Cronache dal Parlamento sulla crisi della politica italiana, Feltrinelli, Milano 2017
Gabriele Giacomini, Psicodemocrazia. Quando l’irrazionalità condiziona il discorso pubblico, MIMESIS, Milano 2016
Gerald Bronner, La democrazia dei creduloni, Aracne editrice, Ariccia 2016
Gilberto Corbellini, Scienza quindi democrazia, Einaudi, Torino 2011
Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica, Marsilio, Venezia 2018
Giovanni Sartori, Democrazia. Cosa è, Rizzoli, Milano 2007
Giuliano Sappelli, La democrazia trasformata. La rappresentanza tra territorio e funzione: un’analisi teorico-interpretativa, Bruno Mondadori, Milano 2007
Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia, Einaudi, Torino 2005
Ilvo Diamanti, Democrazia ibrida, Editori Laterza, Roma 2014
Ilvo Diamanti, Marc Lazar, Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie, Laterza, Roma 2018
Ilya Somin, Democrazia e ignoranza politica. Perché uno stato più snello sbaglia di meno, IBL Libri, Torino 2015
Jason Brennan, Contro la democrazia, LUISS, Roma 2018
Lorenzo Biagi, Politica, Edizioni Messaggero, Padova 2017
Luciano Canfora, La democrazia. Storia di una ideologia, Editori Laterza, Roma-Bari 2006
Marco Almagisti, Una democrazia possibile. Politica e territorio nell’Italia contemporanea, Carocci editore, Roma 2016
Massimo L. Salvadori, Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà, Donzelli Editore, Roma 2015
Micromega 2/2017, Almanacco di democrazia
Nadia Urbinati, Ai confini della democrazia. Opportunità e rischi dell’universalismo democratico, Donzelli Editore, Roma 2007
Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia. Una difesa delle regole del gioco, Einaudi, Torino 1984
Pierre Rosanvallon, Pensare il populismo, Castelvecchi, Roma 2017
Pierre Rosanvallon, Controdemocrazia, Castelvecchi Roma, 2017
Pierre Rosanvallon, La legittimità democratica, Rosemberg & Sellier, Torino 2015
Raffaele Simone, Come la democrazia fallisce, Garzanti, Milano 2015
Robert A. Dahl, Sulla democrazia, Editori Laterza, Roma-Bari 2006
Sabino Cassese, La democrazia e i suoi limiti, Mondadori, Milano 2017
Yoscha Mounk, Popolo vs democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale, Feltrinelli, Milano 2018
V.
DIBATTITO A SINISTRA PER IL CAMBIAMENTO
A cura di Peppino Caldarola, Massimo D’Alema, Contro corrente. Intervista sulla sinistra al tempo dell’antipolitica, Editori Laterza, Roma-Bari 2013
Andrea Colasio, Il tempo dell’Ulivo, il Mulino, Bologna 2018
Axel Honneth, L’idea di socialismo. Un sogno necessario, Feltrinelli, Milano 2016
Bruno Latour, Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018
Carlo Calenda, Orizzonti sevaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio, Feltrinelli, Milano 2018
Claudio Giunta, Essere Matteo Renzi, il Mulino, Bologna 2015
David Amiel, Ismaël Emelien, Le progrès ne tombe pas du ciel, Fayard 2019
Emmanuel Macron, Rivoluzione, La nave di Teseo, Milano 2017
Enrico Letta, Ho imparato, il Mulino, Bologna 2018
Gianni Cuperlo, Sinistra e poi. Come uscire dal nostro scontento, Donzelli editore, Roma 2017
Gianni Cuperlo, In viaggio. La sinistra verso nuove terre, Donzelli editore, Roma 2018
Giuliano Da Empoli, La prova del potere. Una nuova generazione alla guida di un vecchissimo Paese, Mondadori, Milano 2015
Goffredo Bettini, La difficile stagione della sinistra. Impraticabilità di campo?, Ponte Sisto, Roma 2016
Goffredo Bettini, Agorà. L’ago della bilancia sei tu, Ponte Sisto di Capoccci Editore, Roma 2018
Marco Minniti, Sicurezza è libertà. Terrorismo e immigrazione: contro la fabbrica della paura, Rizzoli, Milano 2018
Mark Lilla, L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica, Marsilio, Venezia 2017
Massimo Bray – Tommaso Montanari, Italia senza sinistra, Micromega 2/2017
Massimo D’Alema, Non solo euro. Democrazia, Lavoro, Uguaglianza. Una nuova frontiera per l’Europa, Rubettino, Soveria Mannelli 2014
Massimo L. Salvadori, Lettera a Matteo Renzi, Donzelli Editore, Roma 2017
Matteo Renzi, Fuori! Adesso tocca a noi ridare slancio all’Italia, BUR Rizzoli, Milano 2011
Matteo Renzi, Avanti. Perché l’Italia non si ferma, Feltrinelli, Milano 2017
Matteo Renzi, Un’altra strada, Marsilio, Venezia 2018
Mauro Zanon, Macron. La rivoluzione liberale francese, Marsilio, Venezia 2017
Nicola Zingaretti, Piazza grande, Feltrinelli, Milano 2019
Romano Prodi, Il piano inclinato. Crescita senza uguaglianza, il Mulino, Bologna 2017
VI.
SINISTRATI
Edmondo Berselli, Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica, Mondadori, Milano 20018
Francesco Cundari, Dejà vu, il Saggiatore, Milano 2018
Giuseppe Salvaggiulo, Il peggiore. Ascesa e caduta di Massimo D’Alema e della sinistra italiana, Chiarelettere, Milano 2013
Luca Ricolfi, Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era di populismi, Longanesi, Milano 2017
Luca Ricolfi, Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori prima e dopo le lezioni del 2008, Longanesi, Milano 2008
Paolo Buchignani, Ribelli d’Italia. Il sogno della rivoluzione da Mazzini alle Brigate rosse, Marsilio, Venezia 2017
VII.
I VALORI IN GIOCO E LE DOMANDE SULL’UGUAGLIANZA
Fondazione Emanuele Zancan, Poveri e così non SIA – La lotta alla povertà Rapporto 2017, il Mulino, Bologna 2017
Michele Ainis, La piccola uguaglianza, Einaudi, Torino 20015
Pierre Rosanvallon, La società dell’uguaglianza, Castelvecchi, Roma 2013
Vittorio Emanuele Parsi, La fine dll’uguaglianza. Come la crisi economica sta distruggendo il primo valore della nostra democrazia, Mondadori, Milano 2012
VIII.
CONOSCENZA E COMPRENSIONE DEL M5s
A cura di Marco Almagisti e Paolo Graziano, Il Movimento Cinque Stelle: prospettive di ricerca a confronto – QUADERNI DI SCIENZA POLITICA, Erga edizioni, Genova 2017
Alessandro Dal Lago, Clic. Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica, Cronopio, Napoli 2013
Davide Casaleggio, Tu sei Rete. La rivoluzione del business, del marketing e della politica attraverso le reti sociali, Edizioni Casaleggio Associati, Milano 2012
Gianroberto Casaleggio – Beppe Grillo, Siamo in guerra. Per una nuova politica, Chiarelettere, Milano 2013
Gianroberto Casaleggio – Beppe Grillo – Dario Fo, Il grillo canta sempre al tramonto, Chiarelettere, Milano 2014
Giuliano Da Empoli, La rabbia e l’algoritmo. Il grillismo preso sul serio, Marsilio, Venezia 2017
Jacopo Iacoboni, L’esperimento. Inchiesta sul Movimento Cinque stelle, Edizioni Laterza, Bari-Roma 2018
Jacopo Iacoboni, L’esecuzione, Edizioni Laterza, Bari-Roma 2019
Massimiliano Panarari, Uno non vale uno. Democrazia diretta ed altri miti d’oggi, Marsilio, Venezia 018
Nicola Biondo – Marco Canestreri, Super nova. I segreti, le bugie e i tradimenti del MoVimento 5 stelle: storia vera di una casta che si pretendeva anticasta, Ponte Alle Grazie, Milano 2018
IX.
HOMO EUROPEUS
Enrico Letta, Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia, il Mulino, Bologna 2017
Paolo Prodi, Homo europeus, il Mulino, Bologna 2015
Roberto Esposito, Da fuori. Una filosofia per l’Europa, Einaudi, Torino 2016
X.
DENTRO IL PROCESSO DI GLOBALIZZAZIONE
Achille Mbembe, Emergere dalla lunga notte. Studio sull’Africa decolonizzata, MELTEMI Editore, Milano 2018
Angelo Panebianco, Persone e mondi. Azioni individuali e ordine internazionale, il Mulino, Bologna 2018
Edgar Morin – Anne Brigitte Kern, Terra-Patria, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994
Edgar Morin, 7 lezioni sul pensiero globale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016
Federico Rampini, Il tradimento. Globalizzazione e immigrazione, le menzogne delle elite, Mondadori, Milano 2016
Ignazio Masulli, Chi ha cambiato il mondo, Laterza, Roma-Bari 2014
Johan Norberg, Progresso. Dieci motivi per guardare al futuro con fiducia, IBL Libri, Torino 2018
Manlio Graziano, Un’isola al centro del mondo, il Mulino, Bologna 2018
MANUEL Castells, La nascita della società in rete, EGEA, Milano 2002
Marianna Mazzucato, Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’economia globale, Editori Laterza, Roma 2018
Matt Ridely, Un ottimista razionale. Come evolve la prosperità, Codice Edizioni, Torino 2013
Moisès Naim, La fine del potere, Mondadori, Milano 2013
Niall Ferguson, La piazza e la torre. Le reti, le gerarchie e la lotta per il potere. Una storia globale, Mondadori, Milano 2018
Parag Khanna, Connectography, Fazi Editore, Roma 2016
Parag Khanna, La rinascita delle Città-Stato, Fazi Editore, Roma 2017
Sabino Cassese, Territori e potere, il Mulino, Bologna 2016
Sergio Romano, Atlante delle crisi mondiali, Mondadori, Milano 2018
Steven Pinker, Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia, Mondadori, Milano 2013
Steven Pinker, Enlightenment now. The case for reason, science, humanism, and progress, Wiking, New York 2018
XI
INNOVAZIONE E CITTADINANZA ONLIFE
Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, Roma 2015
Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016
Hartmut Rosa, Accelerazione e alienazione, Einaudi, Torino 2016
Luciano Floridi, La quarta rivoluzione, Raffaello Cortina, Milano 2017
Lamberto Maffei, Elogio della lentezza, il Mulino, Bologna 2014
XII
METAMORFOSI E IDENTITA’
A cura di Loredana Sciola, Identità. Percorsi di analisi in sociologia, Rosemberg & Sellier, Torino 1983
Benedict Anderson, Comunità immaginate, Laterza, Bari-Roma 2018
Charles Taylor, Il disagio della moderrnità, Laterza, Roma-Bari 2011
Christopher Lasch, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Feltrinelli, Milano 2010
Francis Fukuyama, Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi, UTET, Torino 2019
Franco Brevini, Così vicini, così lontani, Baldini & Castoldi, Milano 2017
Julia Kristeva, Stranieri a noi stessi. L’Europa, l’altro, l’identità, Donzelli Editore, Roma 2014
Leonardo Bianchi, La gente, Minimum fax, Romma 2017
Manuel Castells, Il potere delle identità, Università Bocconi Editore, Milano 2008
Pietro Barcellona, L’individuo e la comunità, Edizioni Lavoro, Roma 2000
Pietro Barcellona, Passaggio d’epoca. L’Italia al tempo della crisi, Marietti 1820, Genova-Milano 2011
Richard Sennett, Il declino dell’uomo pubblico, Bruno Mondadori, Milano 2006
Riccardo Redaelli, Islamismo e democrazia, Vita e Pensiero, Mialano 2015
Ulrich Beck, La metamorfosi del mondo, Laterza, Bari 2017
Yuval Levin, The fractured Republic, Basic Books, New York 2016
Zygmunt Baumann, La società dell’incerteza, il Mulino, Bologna 1999
Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 1999
Zygmunt Bauman, La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza, il Mulino, Bologna 2002
ZYGMUNT Bauman – Carlo Bordoni, Stato di crisi, Einaudi, Torino 2014
Zygmunt Bauman, Retrotopia, Laterza, Bari 2017
XIII
ETICA E CIVISMO
A cura di Lorenzo Biagi, Laura Boella, Marc Augè, Etica civile: orizzonti, Edizioni Messaggero, Padova 2013
Davide Girardi, Una quotidianità responsabile, Proget Edizioni, Padova 2017
Etienne Balibar, Cittadinanza, Bollati Boringhieri, Torino 2012
Gregorio Arena, Cittadini attivi, Editori Laterza, Roma-Bari 2006
Lorenzo Biagi, Corruzione, Edizioni Messaggero, Padova 2014
Lorenzo Biagi, L’etica civile e il cittadino, Progetto Edizioni, Padova 2017
Mauro Magatti-Chiara Giaccardi, Generativi di tutto il mondo unitevi!, Feltrinelli, Milano 2014
XIV
CLASSE DIRIGENTE
Alessandro Baricco, The Game, Einaudi, Torino 2018
A cura di Antonio Galdo, De Rita, Intervista sulla borghesia in Italia, Laterza, Roma-Bari 1996
a cura di C. Bianchetti- e A. Balducci, Pizzorno, P.L.Crosta, B. Secchi, Competenza e Rappresentanza, Donzelli Editore, Roma 2013
Antonio Galdo, Saranno potenti? Storia, declino e nuovi protagonisti della classe dirigente italiana, Sperling & Kupfer Editori, 2003
Carlo Carboni, La società cinica. Le classi dirigenti italiane nell’epoca dell’antipolitica, Laterza, Roma-Bari 2008
Carlo Galli, I riluttanti, Laterza, Roma-Bari 2011
Cristopher Lasch, La ribellione delle elite, Feltrinelli, Milano 2009
Gabriele Magrin, Il patto iniquo. Libertà private, pubblica servitù, DIABASIS, Parma 2013
Giuliano Da Empoli, Contro gli specialisti. La rivincita dell’umanesimo, Marsilio, Venezia, 2013
Giulio Azzolini, Dopo le classi dirigenti, Laterza, Bar-Roma 2017
Giuseppe De Rita, Il regno inerme, Einaudi, Torino 2002
Giuseppe De Rita e Antonio Galdo, L’eclissi della borghesia, Laterza, Roma-Bari 2011
Giulio Sappelli, Chi comanda in Italia, Guerrini Associati, Milano 2013
Mauro Cerruti, Il tempo della complessità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018
PANDORA N. 4 – Rivista di Teoria politica, Elite
Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella, La casta. Così i politici sono diventai intoccabili, BUR Rizzoli, Milano 2007
Tyler Cowen, La classe compiaciiuta. Come abbiamo smesso di innovare e perché ce ne pentiremo, LUISS, Roma 2018
XV
UNA NUOVA COSCIENZA NAZIONALE
A cura di Ernesto Galli Della Loggia, Questo diletto almo Paese. Profili dell’Unità d’Italia, il Mulino, Bologna 2015
(a cura di) Giuseppe Gangemi, Popoli d’Italia e coscienza nazionale, Gangemi Editore, Roma 2011
Benedict Anderson, Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, Editori Laterza, Roma-Bari 2016
Ernesto Galli Della Loggia, Credere, vivere, tradire. Un viaggio negli anni della Repubblica, il Mulino, Bologna 2016
Giacomo Biffi, L’Unità d’Italia. Centocinquant’anni 1861-2011. Contributo di un italiano cardinale a una rievocazione multiforme e problematica, Cantagalli, Siena 2011
Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, BUR Rizzoli, Milano
Giuseppe Galasso, Storia della storiografia italiana. Un profilo, Laterza, Bari-Romma 2017
Giuseppe Gangemi, Grande Padania piccola cultura, EDIESSE, Roma 1999
Ida Magli, Difendere l’Italia. La politica incapace, la debolezza della Chiesa, la svendita a burocrati e corrotti. Eppure il nostro Paese può ancora rinascere. Ecco come, BUR Rizzoli, Milano 2013
Michael Billig, Nazionalismo banale, Rubbetino Editore, Soveria Mannelli 2018
Paolo Mieli, Il caos italiano. Alle radici del nostro dissesto, Rizzoli, Milano 2017
Piero Bassetti, Svegliamoci italici. Manifesto per un futuro glocal, Marsilio, Venezia 2015
Salvatore Satta, De Profundis, Ilisso Edizioni, Nuoro 2003
XVI
SUD
Gigi Di Fiore, Briganti. Controstoria della guerra contadina nel Sud dei Gattopardi, UTET, Milano 2017
Guido Pescosolido, Nazione, sviluppo economico e questione meridionale in Italia, Rubettino, Soveria Mannelli 2017
Paolo Macry, Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo insieme i pezzi, il Mulino, Bologna 2012
Pino Aprile – Maurizio De Giovanni – Mimmo Gangemi – Raffaele Nigro, Attenti al Sud, PIEMME, Milano 2017
XVII
RIGENERAZIONE DEMOCRATICA
A cura di Dino Bertocco, L’onda di Civil Life. Una nuova didattica della cittadinanza attiva, Marsilio, Venezia 2010
Franca D’agostini, Maurizio Ferrera, La verità al potere. Sei diritti aletici, Giulio Einaudi Editori, Torino 2019
A cura di Giuseppe Gangemi, Dalle pratiche di partecipazione all’e-democracy. Analisi di casi concreti, GANGEMI EDITORE, Roma 2015
Giuseppe Gangemi, Innovazione democratica e cittadinanza attiva, Gangemi Editore, Roma 2018
A cura di Luca De Pietro, L’evoluzione dei modelli e delle tecnologie per la partecipazione dei cittadini: l’esperienza del Consiglio regionale del Veneto, Marsilio, Venezia 2010
Giovanni Tonella, Politiche di partecipazione. Dalla filosofia politica alla scienza delle politiche: politiche deliberative, partecipative e di rendicontazione, Cleup, Padova 2012
Giovanni Tonella, Democrazia deliberativa e politica di bilancio. Terza trasformazione della democrazia, nuove forme di rappresentanza e politiche di bilancio, Cleup, Padova 2015
Nadia Urbinati, Democrazia in diretta. Le nuove sfide alla rappresentanza, Feltrinelli, Milano 2013
XVIII
SILICONIZZAZIONE ED ALGOCRAZIA
Angela Nagle, Contro la vostra realtà. Come l’estremismo del web è diventato mainstream, LUISS, Roma 2018
César Hidalgo, L’ evoluzione dell’ordine. La crescita dell’informazione dagli atomi alle economie, Bollati Boringhieri, Torino 2016
Dave Eggers, Il cerchio, Mondadori, Milano 2014
Eli Pariser, Il filtro. Quello che internet ci nasconde, il Saggiatore, Milano 2012
Eric Sadin, La siliconizzazione del mondo. L’irresistibile espansione del liberismo digitale, Einaudi, Torino 2018
Evgenij Morozov, Internet non salverà il mondo, Mondadori, Milano 2014
Jaron lanier, La dignità al tempo di internet. Per un’economia digitale equa, Il Saggiatore, Milano 2014
Jaron Lanier, Dieci ragioni per cancellare i tuoi acccount social, il Saggiatore, Milano 2018
Jaron Lanier, Tu non sei un gadget, Mondadori, Milano 2010
Giovanni Ziccardi, Tecnologie per il potere. Come usare i social network in politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019
Kevin Kelly, L’inevitabile. Le tecnologie che rivoluzioneranno il nostro futuro, il Saggiatore, Milano 2018
Marco Fasoli, Il benessere digitale, il Mulino, Bologna 2019
Paolo Benanti, Oracoli. Tra algoretica e algocrazia, Luca Sossella Editore 2018
Pedro Domingos, L’ algoritmo definitivo. La macchina che impara da sola e il futuro del nostro mondo, Bollati Boringhieri, Torino 2016
XIX
CLASSE DIRIGENTE IN VENETO
(a cura di) Filiberto Agostini, Identità e istituzioni nel Veneto contemporaneo. Appunti per un percorso interdisciplinare, CLEUP, Padova 2014
Alessandra Carini, Classe dirigente cercasi. Per un nuovo sviluppo, Marsilio-Nordesteuropa, Padova
Daniele Marini e Federico Ferraro, La classe dirigente del Nordest: proposte per la leadership del futuro, Marsilio-Nordesteuropa, Venezia-Padova 2008
Filiberto Agostini, Il Veneto nel secondo Novecento. Politica e istituzioni, Franco Angeli, Milano 2015
Francesco Jori, Senza politica. Cronache di quotidiana autodistruzione, Marsilio-Nordesteuropa, Padova
Giovani Imprenditori – Unindustria Treviso, Veneto al Centro. Identità e valori come brand territoriale, Trevisio 2008
intervista di Paolo Possamai, Giancarlo Galan. Il nordest sono io, Marsilio, Venezia 2008
Massimo Malvestio, Malagestio: perchè i veneti stanno diventando poveri, Marsilio-Nordesteuropa, Padova
A cura di Paolo Feltrin, Franco Cremonese, In una altro tempo. In un altro Veneto, Post Editori, Padova 2019
Renzo Mazzaro, I padroni del Veneto, Laterza, Roma-Bari 2012
Renzo Mazzaro, Veneto anno zero, Laterza, Roma-Bari 2015
Valter Vanni, Modernizzare il Veneto, la sfida per l’Ulivo, Ediciclo Nuova Dimensione, Portogruaro 1997
XX
L’AVVENTURA DELLA CONOSCENZA E DELLA CONDIVISIONE
Antonio Sgobba, Il paradosso dell’ignoranza da Socrate a Google, il saggiatore, Milano 2017
Clay Shirky, Surplus cognitivo.Creatività e generosità nell’era digitale, Codice Edizioni, Torino 2010
Edgar Morin, Conoscenza Ignoranza Mistero, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017
Etienne Wenger, Comunità di pratica. Apprendimento, significato e identità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006
Jeremy Rifkin, La società a costo marginale zero. L’internet delle cose, l’ascesa del commons collaborativo e l’eclissi del capitalismo, Mondadori, Milano 2014
Luca De Biase, Economia della felicità. Dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli, Milano 2007
Luigino Bruni, Reciprocità. Dinamiche di cooperazione economica e società civile, Bruno Mondadori, Milano 2006
Marco Bersanelli – Mario Gargantini, Solo lo stupore conosce. L’avventura della ricerca scientifica, RCS Libri, Milano 2003
Marco Minghetti, L’intelligenza collaborativa. Verso la social organization, Egea, Milano 2013
Richad Sennet, Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, Milano 2012
Steven Sloman – Philip Fernbach, L’illusione della conoscenza. Perché non pensiamo mai da soli, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018
Tom Nichols, La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, LUISS, Roma 2017
Vito Mancuso, Il bisogno di pensare, Garzanti, Milano 2017
XXI
PASSATO PRESENTE E FUTURO
Joi Ito, Jeff Howe, Al passo col futuro. Come sopravvivere all’imprevedibile accelerazione del mondo, Egea, Milano 2016
Serge Gruzinski, Abbiamo ancora bisogno della storia? Il senso del passato nel mondo globalizzato, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016
Zygmunt Bauman, Retrotopia, Editori Laterza, Bari-Roma 2017
XXII
NODI
Alessandro Pizzorno, Il potere dei giudici. Stato democratico e controllo della virtù, Editori Laterza, Roma-Bari 1998
Antonio Catricalà, Zavorre d’Italia, Rubettino, Soveria Mannelli 2010
Piero Tony, Io non posso tacere. Confessioni di un giudice di sinistra, Einaudi, Torino 2015
Stefano Allievi, Immigrazione. Cambiare tutto, Editori Laterza, Roma-Bari 2018
Stefano Allievi – Gianpiero Dalla Zuanna, Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione, Editori Laterza, Roma-Bari 2017
XXIII
CAMBIAMENTO SOCIALE ED ECONOMICO
Alessandro Barbano, Troppi diritti. L’Italia tradita dalla libertà, Mondadori, Milano 2018
Alessandro Barbano, Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo, Mondadori, Milano 2019
Arnaldo Bagnasco, La questione del ceto medio. Un racconto del cambiamento sociale, il Mulino, Bologna 2016
Christophe Guilluy , La società non esiste. La fine della classe media occidentale, LUISS, Roma 2019
Marco Bentivogli, Abbiamo rovinato l’Italia? Perché non si può fare a meno del sindacato, Castelvecchi, Roma 2016
Marco Bentivogli, Contrordine compagni. Manuale di resistenza alla tecnofobia. Per la riscossa del lavoro e dell’Italia, Rizzoli, Milano 2019
Massimo Gaggi, La fine del ceto medio e la nascita della società low cost, Einaudi, Torino 2016
Maurizio Molinari, Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa, La nave di Teseo, Milano 2018
Piero Bassetti, Svegliamoci italici! Manifesto per un futuro glocal, Marsilio,, Venezia 2015
Paolo Di Martino, Michelangelo Vasta (a cura di) Ricchi per caso. La parabola dello sviluppo economico italiano, il Mulino, Bologna 2018

Per un nuovo Umanesimo onlife

Tempo di lettura: 4 minuti

Facebookland come Rete comunitaria

L’esperienza personale
Mark Zuckerberg è stato per molto tempo convinto che Facebook fosse “un servizio pubblico” sostenendo tale tesi con l’ingenuità adolescenziale di un giovane startupper e la forza argomentativa dei numeri impressionanti del suo Social network, che ci ha visti diventare progressivamente (quasi) tutti fedeli frequentatori:

Per essere chiaro: noi ci concentriamo sull’aiutare le persone a condividere e a connettersi, perché lo scopo del nostro servizio è quello di consentire a tutti di rimanere in contatto con la famiglia, gli amici e la loro comunità… Per noi la tecnologia ha sempre rappresentato la possibilità di mettere il potere nelle mani di quante più persone possibile”.

Non si può certo dargli torto: noi, che ci siamo profilati ed impaginati (magari perché sospinti da qualche amico e/o collega) con iniziale sospetto e successivo crescente agonismo affettivo-relazionale nel turbinio dei post e dei like, in fin dei conti abbiamo accettato e condiviso l’ingaggio propostoci di una cittadinanza digitale nella quale non ci sono state chieste quote d’ingresso e tantomeno minacciate tassazioni correlate alla quantità di chiacchiere scambiate ed amicizie intraprese…
C’è stato però un momento in cui la magia della spontaneità con cui ci siamo spinti a diffondere quelle che ci apparivano opinioni intelligenti, coraggiose e spavalde si è interrotta: i nostri interventi e commenti non hanno più provocato i riconoscimenti attesi ed hanno cominciato ad incontrare risposte non propriamente amichevoli, talvolta repliche salaci, polemiche, finanche calunniose.
Abbiamo così scoperto che il setting predisposto dagli ingegneri di Menlo Park in California, dopo il primo step dell’accoglienza e dei saluti ed informazioni richiesteci, non aveva previsto le regole ed i riti della buona e pacifica discussione per la quale avevamo legittime attese, bensì procedure ed incentivi per sollecitare la riemergenza dei nostri sentimenti adolescenziali ed abbuffarci di vecchie e nuove amicizie…
La seconda (amara) scoperta è stata riscontrare che nel nuovo ambiente virtuale l’accesso e la frequentazione erano talmente liberi che si potevano incontrare nuovamente le persone e le opinioni che
avevamo “espulso” dalla nostra vita, in molti casi a seguito di scontri e polemiche che ci erano costati stress e sofferenze…
Mi è capitato quindi di verificare e constatare che per molti ed in molti casi Facebookland è diventato e rappresenta un luogo in cui si replicano i modelli relazionali della vita reale, con una differenza però: per la “mobilità” nell’autostrada digitale non sono previste la linea di mezzeria, gli stop, né tantomeno i limiti di velocità ed il rispetto della precedenza…

Virus sociali, algoritmi e rete comunitaria
Kara Swisher, una delle più importanti giornaliste di tecnologia e nuovi media al mondo (https://www.ilpost.it/2014/01/03/recode/) sostiene che “ Facebook, Twitter e YouTube sono diventati i trafficanti delle armi digitali dell’epoca moderna. Tutte queste aziende hanno iniziato con il velato proposito di cambiare il mondo. Ma lo hanno fatto come non avevano immaginato. Hanno modificato il modo di comunicare degli esseri umani, ma mettere in collegamento la gente troppo spesso ha voluto dire mettere gli uni contro gli altri. Queste aziende hanno trasformato in armi i social media. Hanno trasformato in arma il dibattito pubblico. E, più di qualsiasi altra cosa, hanno trasformato in arma la politica”.

Il dibattito e le polemiche particolarmente intensi della recente stagione politica sviluppatisi attorno alla contaminazione e strumentalizzazione di Facebook da parte dei soggetti che ne hanno scoperto la usabilità ai fini del marketing elettorale sono però arrivati un po’ fuori tempo massimo.
La degenerazione populista ha cause e matrici etico-culturali proprie, precedenti all’affermazione della Piattaforma social di Zuckerberg: in essa ha certamente trovato un acceleratore e diffusore di virus sociali già incubati dalla crisi economico-finanziaria e dagli effetti collaterali negativi della globalizzazione.
Gli algoritmi di Facebook non l’hanno certo contrastata, anzi – come dimostrato nel caso di Cambridge Analityca – hanno consentito di alimentarla, commercializzando e ottimizzando per conto dell’Azienda proprietaria le informazioni che noi utenti con generosità e faciloneria abbiamo consegnato agli Ingegneri di Menlo Park.
Ma la manipolazione ed il disorientamento dell’opinione pubblica che ha trovato nel social networking ed in particolare nelle pagine di Facebook un luogo di partecipazione ed una fonte di informazione, non costituiscono un esito inevitabile, un approdo scontato.
La fungibilità e la versatilità degli strumenti che esse ci propongono e mettono a disposizione presentano una ricchezza di opportunità, di incontri, partecipazione, collaborazione e mobilitazione cognitiva che – seppur con l’attenzione dovuta ad un ambiente molto frequentato – mi hanno convinto ad “abitarle” con assiduità e trasformarle in occasioni per la divulgazione, il confronto e la riflessività su temi e questioni centrali dell’agenda culturale, della partecipazione democratica e della cittadinanza attiva.

Pagine da scrivere insieme

I loghi e gli spazi descritti di seguito, rappresentano un progetto per umanizzare l’ambiente digitale, ovvero rafforzarne le caratteristiche di rete comunitaria in cui gli utenti privilegiano l’ascolto, lo scambio di opinioni, la circolazione di idee, il rispetto che si deve ad un luogo pubblico (seppur virtuale) ed alle persone che lo frequentano.
Le Pagine Facebook qui presentate e promosse nascono dalla frequentazione ed incontro con centinaia di persone protagoniste nel web con l’originalità dei loro post, il valore delle loro competenze, la generosità e serietà metodologica nel #generareecondividereconoscenza.
Il mio auspicio è che diventino un luogo per intensificare e moltiplicare le occasioni di confronto, ascolto, informazione reciproca, con il risultato di implementare la cooperazione cognitiva, ovvero la risorsa decisiva per contrastare efficacemente in Rete e con la Rete la disinformazione, la volgarità, la degenerazione del linguaggio politico e ricostruire i leganti comunitari che trovano nella generosità, sincerità e chiarezza delle parole un fondamento sicuro, non solo virtuale!

«La deglobalizzazione è rischiosa ma il mondo andava riconfigurato»

Tempo di lettura: 6 minuti

Marco Masciaga – Il Sole 24 Ore domenica – 21 Ottobre 2018

A tu per tu. Secondo il premio Nobel per l’Economia Michael Spence , «stiamo riportando in equilibrio un grande sistema» e per l’Europa è giunto il momento di lanciare mega-piattaforme web come quelle di Stati Uniti e Cina
«Uhm… credo di aver imparato a dire: “Non lo so”». Ho appena chiesto a Michael Spence come è cambiata la sua vita dopo aver vinto, nel 2001, il Nobel per l’Economia e il professore statunitense si sta cimentando in una cosa in cui eccelle: non prendersi troppo sul serio. Il problema, spiega, è che dopo il premio «la gente tende ad ascoltare quello che hai da dire… anche quando non hai la minima idea di ciò di cui stai parlando».
La battuta è brillante, ma mi sorprende solo fino a un certo punto. Quando si mette a scherzare sulla propria “ignoranza”, Spence sta parlando ormai da 45 minuti e ho già notato come non abbia mai detto di aver «vinto» il Nobel. Ogni volta che vi fa cenno, l’espressione che usa è «came along». Come se il riconoscimento più ambito gli fosse appunto «arrivato», motu proprio, più o meno per caso.
Con il professore della New York University e della Bocconi ci siamo dati appuntamento in un hotel di Brera, nel centro di Milano, la città dove da una decina d’anni vive con la moglie italiana e i loro figli e dove non è raro vederlo sfrecciare in bicicletta. Al netto di rughe e zazzera bianca, Spence ha l’aspetto di un uomo più giovane dei suoi imminenti 75 anni. Oggi indossa una polo bianca, jeans neri e mocassini che hanno visto tempi migliori. Le braccia abbronzate e un diver della Seiko suggeriscono che l’estate è stata trascorsa a debita distanza da formule e lavagne.
In un’epoca in cui sembra obbligatorio avere convinzioni granitiche, Spence dà l’impressione di osservare i fenomeni economici e sociali con la curiosità dello scienziato e il distacco di chi ha deciso di vestire con frugalità i panni del public intellectual. Fortunatamente l’umiltà che filtra dalle sue risposte, anziché circoscrivere il perimetro dei suoi ragionamenti, funziona da lubrificante dialettico. Non appena finisce di esporre un’idea, si mette a osservare il problema dalla prospettiva opposta. Il risultato è un alternarsi di campi e controcampi che aiuta a capire non tanto “cosa”, ma “come”, pensa.
Quando gli chiedo un punto di vista su alcune derive in atto in Occidente (unilateralismo, pulsioni antiscientifiche, barriere commerciali…) lui spiega che si tratta di questioni «unambiguously problematic, almeno dal punto di vista dei rischi che creano». Subito dopo però aggiunge che «c’è un modo leggermente diverso di guardare a tutto questo: il mondo andava riconfigurato, c’era bisogno di fare dei passi indietro perché eravamo su un sentiero che per la gente non funzionava. Ciò a cui stiamo assistendo è questa ritirata. È disordinata, certo. Potrebbe “costarci” la Wto. L’Eurozona potrebbe uscirne trasformata. Un altro modo di guardare a questa sorta di deglobalizzazione – aggiunge Spence, come per condurre la sua risposta verso una sintesi – è che non è il caso di essere troppo pessimisti. Stiamo riportando in equilibrio un grande sistema. Non perché qualcuno abbia necessariamente commesso degli errori imperdonabili, ma perché nel frattempo abbiamo imparato un sacco di cose».
A questo punto Spence indossa per qualche minuto i panni del professore e mi invita a pensare alla globalizzazione in termini di flussi di beni e servizi; capitali; persone; dati. «Su tutte e quattro queste dimensioni – spiega – stiamo assistendo a una marcia indietro. Prendiamo i dati, ovvero Internet. Per i cinesi è chiaramente una rete nazionale che connettono all’esterno nella misura in cui lo reputano utile. Gli europei ora dicono: “Non avevamo realizzato quanto la sicurezza dei dati e della privacy fossero importanti. Quindi cominciamo anche noi a porre delle condizioni”. Ma la cosa più interessante è che anche gli indiani hanno cominciato a guardarsi attorno e hanno deciso che sarebbe un errore non avere delle mega-piattaforme web nazionali come quelle cinesi: Ali Baba, Tencent, Baidu… Ora, siccome oggi le mega-piattaforme sono in Cina e negli Stati Uniti, sono curioso di vedere cosa faranno India ed Europa, dato che entrambe hanno il potenziale per svilupparne di proprie, perché la questione è cruciale». Perché? «Beh, perché l’intelligenza artificiale si sviluppa intorno alle mega-piattaforme, perché è lì che ci sono le grandi masse di dati. Dieci anni fa chi avrebbe pensato che a trainare la ricerca sui veicoli a guida autonoma sarebbe stato un motore di ricerca? Invece sono loro ad avere le tecnologie per il riconoscimento delle immagini e i dati per sviluppare l’intelligenza artificiale».
Spence segue con grande curiosità questo tipo di trasformazioni (lo divertono tanto i “Flash boys” che spendono fortune in fibra ottica per fare high-speed trading quanto gli influencer che si accaparrano follower sui social network) ed è convinto che l’impatto della tecnologia sul mondo del lavoro sarà meno duro di quello della globalizzazione. «Il processo – spiega – sta avvenendo più lentamente di quanto si creda e gli effetti saranno più diffusi. In termini occupazionali la globalizzazione ha colpito in maniera molto precisa geograficamente, per esempio dove c’erano industrie tessili e dell’abbigliamento. Oggi nei Paesi industrializzati il settore non-tradable (quello più a rischio, ndr) vale circa due terzi dell’economia, quindi l’impatto sarà meno concentrato. Questo non significa che non ci saranno problemi. Ma forse arriveremo a un punto in cui la gente riceverà stipendi adeguati senza lavorare tanto come adesso».
Il guaio, secondo Spence, è che le istituzioni non stanno rispondendo in maniera efficiente al cambiamento. «Ci sono due dimensioni: la prima è quella in cui governo, mondo del lavoro e mondo della scuola intervengono. Il modello migliore è quello in cui collaborano, ma la cosa implica un livello di fiducia reciproca che non c’è dappertutto. La seconda dimensione ha a che fare con le rigidità strutturali. Certe resistenze sono difficili da superare perché originano dal bisogno di impedire abusi. I Paesi capaci di adattarsi sono quelli in cui si riesce a convincere la gente che le novità non marginalizzeranno un sacco di persone. E non è mai facile».
Anche perché, suggerisco, negli ultimi anni la fiducia sembra merce piuttosto rara, come testimonia il crescente scetticismo verso gli esperti, e gli economisti in particolare. «Premesso che un mondo che non crede alla conoscenza è un mondo molto pericoloso, penso che un po’ ce lo siamo meritato. Non abbiamo valutato in maniera equilibrata alcune cose molto importanti che stavano accadendo. Dicevamo che la globalizzazione avrebbe favorito praticamente tutti, con alcune piccole eccezioni che avremmo trovato il modo di compensare. Eccetto per il fatto che il modo non è stato trovato. E poi abbiamo perso altra credibilità perché non avevamo la più pallida idea del rischio sistemico che ha generato la crisi finanziaria del 2008. Ancora oggi non siamo in grado di capire quando inizia a crescere».
Eppure, protesto, c’è già chi chiede la deregulation dei mercati. «Vero, ma non necessariamente a torto», risponde Spence che è convinto che su questo terreno ci sia stata una reazione eccessiva. «Detto questo – chiosa – pensare che il sistema si possa regolare da solo sarebbe un grave errore: ci sono troppi conflitti d’interesse, opacità… Nella crisi dei subprime – prosegue – c’era gente che, pur sapendo benissimo quello che stava accadendo, non immaginava che sarebbe saltato tutto. E la colpa non è stata della decisione di lasciare fallire Lehman Brothers. Non dico che salvarla non avrebbe fatto alcuna differenza, ma c’erano già ogni sorta di problemi: asset tossici, eccesso di leva, bolla immobiliare… Il mercato interbancario su scadenze overnight ha iniziato a bloccarsi una settimana prima che Lehman andasse giù».
Quando torniamo a parlare del futuro e gli chiedo che tipo di preparazione serva ai giovani in un mondo del lavoro in rapida evoluzione, Spence spiega che «insegnare cose destinate a diventare obsolete è inevitabile. Ciò che bisogna fare è formare persone che provano piacere a imparare sempre cose nuove. È un’attitudine che si crea nei primissimi anni di scuola» e che nel caso di Spence è stata evidentemente coltivata con un certo successo, tanto che il dottorato in economia a Harvard che ha lanciato la sua carriera accademica è venuto solo dopo gli studi di filosofia a Princeton e di matematica a Oxford.
Oggi Spence è convinto che dietro un ricercatore di successo ci siano tre elementi: una dose ragionevole di intelligenza («nella vita non ho dovuto fare molta strada per trovare gente parecchio più sveglia di me» dice, facendomi sentire un po’ meno solo); un po’ di serendipity nell’imbattersi in un filone di specializzazione promettente; e molta tenacia, nel suo caso ereditata da una madre «con una tolleranza relativamente bassa per il fatto che noi figli rinunciassimo a fare una cosa senza neppure averci provato. Sono convinto che i ragazzi possano beneficiare enormemente dal fatto di crescere avendo fiducia in se stessi». Un debito di gratitudine verso i propri genitori che il premio Nobel, a distanza di decenni, riassume con limpidezza: «Non ci hanno mai fatto sentire alcuna costrizione che non fosse il modo in cui usavamo il nostro tempo e il nostro talento».

Cari europeisti, servono visioni non steccati

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Sergio Fabbrini – 22 Luglio 2018 – Il Sole 24 Ore domenica
Mentre il sovranismo è in ascesa, l’europeismo è in declino. Alla sfida sovranista, l’europeismo ha finora risposto con il realismo delle cose che l’Ue ha fatto. Tuttavia, non si conquistano le menti e i cuori dei cittadini proponendo un’Europa che fa quello che può. Se vuole avere un futuro, l’europeismo deve definire la sua prospettiva, chiarendo quale Europa vuole costruire. Ma ciò lo obbliga a fare i conti con i suoi punti di debolezza e non solo di forza. Vediamo meglio. Storicamente, l’europeismo si è connotato per l’aspirazione a costruire gli Stati Uniti d’Europa, intendendo questi ultimi come la forma istituzionale capace di chiudere la vicenda che aveva condotto a due guerre civili europee trasformatesi in conflitti mondiali. Tuttavia, quell’aspirazione è stata piegata da un pregiudizio statalista.
Ovvero dall’idea che lo stato costituisce la forma naturale della sovranità politica. Si è finito così per pensare che fosse necessario creare uno stato federale, seppure articolato in unità territoriali nazionali, per dare sostanza alla nuova sovranità. Per l’europeismo, la costruzione del mercato unico ha rappresentato la via per giungere ad una comunità politica che superasse gli stati nazionali. Mercato e politica erano destinati a sovrapporsi sul piano sovranazionale, esattamente come si erano sovrapposti sul piano nazionale. Dando così vita agli Stati Uniti d’Europa, obiettivo ritenuto condiviso da tutti gli stati europei. Così però non è avvenuto. Non solamente gli stati nazionali si sono dimostrati più resilienti di quanto prevedesse l’europeismo. Ma le crisi multiple dell’ultimo decennio (e la Brexit) hanno anche mostrato che essi perseguono prospettive integrazioniste diverse. Incapace di leggere la realtà, l’europeismo statalista si è così condannato all’irrilevanza.
Questo bias statalista ha continuato ad accompagnare le due principali visioni europeiste, quella parlamentarista e quella intergovernativa. La visione parlamentarista è l’esito di un approccio funzionalista che è all’origine del processo di integrazione. Come recita la Dichiarazione di Schuman del 9 maggio 1950, «l’Europa non verrà fatta tutta in una volta… ma attraverso il raggiungimento di obiettivi concreti». Secondo questa visione, le crisi e la loro soluzione conducono inevitabilmente verso l’integrazione sovranazionale, la cui democratizzazione dovrà condurre ad una sovranità europea rappresentata dal Parlamento europeo. Di qui, la battaglia per collegare il governo europeo (la Commissione) all’esito delle elezioni di quest’ultimo, come si è cercato di fare con la strategia dello spitzenkandidat (adottata nelle elezioni parlamentari europee del 2014 e probabilmente riproposta in quelle del prossimo 2019). Questa visione (sostenuta tra gli altri da Jean-Claude Juncker) ha consentito di rafforzare il ruolo co-decisionale del Parlamento europeo. Tuttavia ciò è avvenuto nelle politiche regolative del mercato unico, mentre quel ruolo è stato contrastato dagli stati nelle politiche tradizionalmente vicine alla loro sovranità. Dopo tutto, la centralizzazione parlamentare del potere decisionale implicherebbe necessariamente un ridimensionamento del ruolo degli stati europei e dei loro governi, come se questi ultimi fossero dei Länder tedeschi o delle Province canadesi. Una debolezza analoga, seppure di segno rovesciato, connota anche la visione intergovernativa. Qui la sovranità europea è rappresentata dall’istituzione che rappresenta i governi nazionali, cioè dal Consiglio europeo. Le cui deliberazioni si debbono svolgere all’interno di un sistema altamente strutturato di regole amministrative e giudiziarie, come avviene nella governance dell’Eurozona. Questa visione (sostenuta tra gli altri da Wolfgang Schäuble) vuole portare i governi nazionali al centro della decisione europea, così eliminando la distinzione tra politica nazionale ed europea. Con l’esito di dare vita ad una centralizzazione intergovernativa senza democrazia politica. Insomma, mentre l’europeismo intergovernativo esalta l’unione di stati, ma trascura l’unione dei cittadini, l’opposto viene fatto dall’europeismo parlamentarista.
L’europeismo si è indebolito perché è rimasto prigioniero di un pregiudizio ideologico e di visioni politiche unilaterali. È un pregiudizio assumere che tutti gli stati europei tendano a perseguire lo stesso fine. In realtà, alcuni rivendicano solamente l’integrazione economica (i Paesi esterni all’Eurozona e taluni di quest’ultima), mentre altri hanno bisogno di un’integrazione politica (i Paesi dell’Eurozona continentale e occidentale). L’europeismo deve risolvere il puzzle di come far convivere un mercato unico inclusivo (e allargato) con un’unione politica esclusiva (e ristretta) operante al suo interno. Un’unione politica che non deve essere confusa con uno stato federale, parlamentare o intergovernativo che sia. È possibile dividere la sovranità attraverso un sistema di separazione multipla dei poteri. L’europeismo deve elaborare un nuovo paradigma politico, ricorrendo al federalismo come al metodo con cui costruire un’unione sovrana di stati sovrani. Ciò significa che gli europeisti debbono dire con precisione le politiche in cui l’una e gli altri hanno il potere dell’ultima parola. Di fronte alla sfida sovranista, procedere con la veduta corta, per dirla con Tommaso Padoa Schioppa, significa arrendersi senza combattere. Come ha ben capito Emmanuel Macron.
In conclusione, se gli europeisti vogliono arrivare alle elezioni del prossimo maggio con possibilità di successo, debbono mettere in discussione il loro paradigma e le loro visioni. È certamente necessario ricordare ai cittadini i successi dell’integrazione, ma ciò non basta per conquistare il consenso dei più giovani tra di loro. Occorre superare i vecchi steccati che dividono le forze europeiste, dare vita a governi ombra là dove i sovranisti sono al potere (come in Italia), avanzare programmi concreti ma collegati ad una chiara visione dell’Europa che si vuole costruire. In politica, la forza degli uni (i sovranisti) è spesso dovuta alla debolezza degli altri (gli europeisti).

IL FUTURO DELL’UNIONE – Forza e debolezze dei sovranisti

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Sergio Fabbrini

Il Sole 24 Ore domenica – 8 Luglio 2018

Se ci fosse un novello Karl Marx, potrebbe affermare che uno spettro si aggira per l’Europa, anche se questa volta si tratta del “sovranismo” (e non del comunismo). Il sovranismo è meno di una teoria e più di un sentimento. In esso confluiscono e si mischiano interessi e predisposizioni che provengono dal nazionalismo, dal populismo e dalle culture illiberali (di destra e di sinistra). Esso esprime l’insoddisfazione verso i processi di globalizzazione e, nel nostro continente, di integrazione. Costituisce la reazione all’interdipendenza tra Paesi. L’interdipendenza ha risolto vecchi problemi, ma ne ha creato anche di nuovi (come ha mostrato Dani Rodrik). Il sovranismo si sviluppa questo contesto. Il suo successo elettorale ha punti di forza e di debolezza. Vediamoli.
Considero due punti di forza, uno geo-politico e l’altro sociale. Quello geo-politico si chiama Stati Uniti. È stato il Paese più forte dell’occidente che ha attivato una dinamica di reazione ai processi di interdipendenza, quindi trasferitasi sulla sponda europea dell’Atlantico. Come ha scritto Angelo Panebianco, con l’arrivo di Trump alla presidenza americana hanno cominciato ad incrinarsi gli equilibri politici europei. Trump ha inaugurato una politica sovranista che non va confusa con l’isolazionismo ottocentesco di quel Paese. Essa consiste nella visione del sistema internazionale come arena in cui imporre il potere unilaterale degli Stati Uniti.
Il presidente americano non vuole distruggere le organizzazioni internazionali su cui si è basato l’ordine liberale post-bellico, bensì mira a svuotarle dall’interno. Come nel caso dei dazi, Trump persegue politiche (per lui) elettoralmente convenienti, anche se il loro esito conduce all’indebolimento del sistema collettivo delle negoziazioni. Con Trump che soffia sulle loro vele, anche i sovranisti europei stanno perseguendo una azione simile, lo svuotamento dall’interno dell’Unione europea.
Oltre al fattore geo-politico, vi è anche un fattore sociale che sostiene i sovranisti. Settori delle società europee hanno maturato un sentimento di paura nei confronti delle politiche di apertura, anche perché ne hanno pagato i costi. I sovranisti parlano a quelle paure, spesso le alimentano. Si guardi all’immigrazione. Rivendicano il controllo della piena sovranità territoriale dei loro Paesi proprio per inviare un messaggio di protezione ai cittadini più socialmente espost. Sul controllo delle frontiere nazionali, infatti, vi è una vera convergenza ideologica tra i vari sovranisti europei. Il 18 giugno scorso, il primo ministro ungherese Viktor Orban ha sostenuto che «la difesa della frontiera è un compito obbligatorio da fare a casa e non già un compito europeo». Pochi giorni dopo, il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer ha minacciato la sospensione di Schengen se non venivano bloccati gli spostamenti verso la Germania dei rifugiati accettati in altri Paesi europei. Il 27 giugno, il primo ministro italiano Giuseppe Conte, intervenendo alla Camera dei deputati, ha affermato che non è questo «il tempo di proporre cessioni di sovranità in ordine alle politiche pubbliche sulla gestione dei flussi migratori». Pure in Europa, rassicurare i cittadini attraverso la difesa del territorio nazionale, e accompagnare questa azione con politiche d’ordine, è elettoralmente vantaggioso.
Tuttavia, i sovranisti hanno anche punti di debolezza (senza considerare che la stessa politica americana potrebbe cambiare in futuro). Ne considero due, uno politico e l’altro economico. Sul piano politico, i sovranisti hanno difficoltà intrinseche a coordinarsi per generare un esito conveniente per tutti loro. Se nella riunione che si terrà tra pochi giorni a Innsbruck tra i ministri degli Interni italiano, austriaco e tedesco, ognuno di loro rimarrà fedele alla propria visione sovranista, allora il controllo dei movimenti migratori tra quei Paesi non farà molta strada. Se decidessero poi di perseguire una coerente politica sovranista, allora sarebbe il Paese più esposto a pagarne le conseguenze. Cioè noi. Infatti, la Germania potrebbe chiudere le sue frontiere meridionali, l’Austria potrebbe chiudere il Brennero, ma l’Italia non potrebbe chiudere il Mediterraneo. Ma anche sul piano economico, i sovranisti incontreranno difficoltà. Ammesso che funzioni, “prima il mio Paese” può valere per gli Stati Uniti, non già per i Paesi europei (come ha rilevato Walter Russell Mead). Il protezionismo commerciale, se applicato in Europa, porterebbe alla frammentazione del mercato unico, un esito inaccettabile per molti elettori dei partiti sovranisti. Se ogni Paese europeo, in nome del proprio sovranismo (come sta facendo la maggioranza di governo italiana), sospendesse l’approvazione dell’Accordo economico e commerciale con il Canada (CETA) e perseguisse politiche del lavoro e delle pensioni scaricandone i costi sugli altri Paesi, il risultato sarebbe la crisi del Paese che i sovranisti vogliono governare.
Insomma, in Europa la critica all’integrazione ha assunto caratteristiche sovraniste, piuttosto che nazionaliste (come è avvenuto invece nel Regno Unito). Probabilmente, è stato il fallimento della Brexit che ha spinto il nazionalismo europeo verso ilsovranismo. Di fronte all’incapacità dell’Ue di governare importanti sfide alla vita dei suoi cittadini, i sovranisti hanno avuto successo nel rivendicare il rimpatrio di cruciali competenze di politica pubblica. Le elezioni per il Parlamento europeo del prossimo maggio 2019 costituiranno un passaggio cruciale per capire le capacità di collaborazione tra i sovranisti e soprattutto la consistenza dell’obiettivo che stanno perseguendo (lo svuotamento dell’Ue). Naturalmente esse consentiranno anche di capire se vi sarà una alternativa efficace al sovranismo. Se quest’ultima tardasse però a formarsi, allora lo spettro del sovranismo sarà destinato ad aggirarsi per ancora molto tempo tra di noi.

Ascoltare il battito delle città per rigenerare la democrazia

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Luca De Biase

Il Sole 24 Ore – 8 luglio 2018

A tu per tu. L’economista italiana Francesca Bria oggi è assessore all’Innovazione di Barcellona, dopo un’esperienza a Londra – Si ispira, fra tecnologia e umanesimo, a Giuseppe Sinopoli e Stefano Rodotà
Francesca Bria è entrata dalla porta principale nel Comune di Barcellona. Sale le scalinate tra gli archi gotici, mostra le ampie sale gialle e rosse dell’Ajuntament dove hanno sede gli organi del governo della città, del quale Bria fa parte. Prosegue per i corridoi dell’edificio nuovo e si ferma sulla terrazza mozzafiato da dove si vedono le prospettive dell’incessante trasformazione della città: tra le vie strette dal loro passato medievale e la futuristica classicità della Sagrada Familia, tra gli spazi oltre le ramblas disegnati sul mare per fare posto alla gioia di vivere e i quadrati dagli angoli smussati delle strade produttive dell’alveare interno, mentre l’orizzonte si allunga tra il mare e le montagne. Vista – e raccontata – dall’alto, Barcellona è un ecosistema ricco di diversità, armonico nelle forme e nelle funzioni. Che nelle parole di Bria è abitato da una comunità che si trasforma, restando se stessa; che cerca la sua sovranità, rimanendo aperta e connessa; che sviluppa la sua strategia digitale, coltivando la partecipazione fisica dei cittadini nelle piazze.
Barcellona non è un luogo comune. È un progetto tecnico-umanistico di modernizzazione, interpretato da una squadra di leader usciti dalla terribile crisi del 2008, emersi dall’indignazione popolare e votati alla ripresa civile, sotto la guida di Ada Colau, 44 anni, eletta sindaca nel 2015 sull’onda della sua battaglia per il diritto alla casa e contro le disuguaglianze, in alternativa ai sostenitori dell’indipendentismo. In quella squadra, appunto, è stata chiamata a lavorare Francesca Bria. Economista italiana, umanista cosmopolita e, se così si può dire, ecologista della tecnologia.
«Ero a Londra. Lavoravo alla Nesta, l’agenzia per l’innovazione sociale britannica, con Geoff Mulgan». Basta il nome, in effetti, a qualificare quell’esperienza: il suo ex capo è un’autorità per tutto quanto riguarda i modelli operativi e le riflessioni teoriche intorno alla trasformazione sociale nell’epoca digitale. Tra l’altro è appena uscito in Italia il suo Big Mind. L’intelligenza collettiva che può cambiare il mondo (Codice Edizioni, 2018; versione originale: Princeton University Press 2017). E Nesta è una delle organizzazioni più prestigiose per le attività che servono a comprendere e sperimentare percorsi di modernizzazione partecipata, tecnologicamente avanzata e umanisticamente avvertita. «Gli ho raccontato dell’offerta che avevo ricevuto dal Comune di Barcellona. Diventare Chief technology and digital innovation officer, l’equivalente di un’assessora all’Innovazione della città. Mi ha risposto che dovevo assolutamente accettare: per mettere in pratica quello che avevo studiato per anni». Era il 2016. Bria stava lavorando a diversi piani. Tra questi, coordinava D-Cent, un progetto europeo per la creazione di strumenti digitali, con architettura decentralizzata, software open source, privacy-by-design, per la democrazia partecipata e lo sviluppo delle capacità di emancipazione economica.
«Certo, sono stata chiamata per portare a Barcellona quella filosofia. La città vuole rigenerare la sua democrazia. Qui la partecipazione è molto forte. Le piazze e i luoghi di aggregazione sono ricchi di discussioni politiche, di associazioni che si occupano del quartiere, che fanno proposte urbanistiche e socio-economiche. La tecnologia può aiutare lo sviluppo e la forza di questa attività di base modernizzando gli strumenti. E la città può essere protagonista dell’innovazione, non semplice utente: ritrovando una sovranità tecnologica». Come in D-Cent, costruendo piattaforme che siano basate su sistemi di autenticazione aperti e distribuiti, nelle quali i cittadini controllino pienamente i loro dati, basati su standard open source e sulle quali le attività di tutti siano incentivate con modelli premianti trasparenti, controllabili, affidabili anche grazie al sapiente utilizzo della blockchain. In questo modo, la discussione dei cittadini, le loro deliberazioni e le forme di partecipazione alle decisioni sono attività che producono un valore che resta alla comunità e non viene sequestrato da qualche piattaforma internazionale i cui scopi sono tutto salvo che civici.
L’intera città diventa una piattaforma abilitante, per l’innovazione sociale, politica, economica. «Abbiamo i fab-lab per la sperimentazione e la formazione alle nuove forme della manifattura. Abbiamo gli incubatori per la crescita delle startup. Abbiamo i centri di connessione tra le aziende tradizionali e le più piccole imprese innovative. Abbiamo eccellenti università, pienamente parte del processo di innovazione. Nel quadro di una storia chiarissima: Barcellona lavora sempre cercando di alimentare l’ecosistema pubblico-privato, puntando sulle tecnologie più avanzate, senza lesinare le risorse finanziarie, purché i fondi servano alla crescita del valore comune». Come a Barcelona Activa, che fa mentoring, incubazione di imprese, formazione, su temi come l’intelligenza artificiale, l’economia satellitare, i droni, e così via, nell’intento dichiarato di aumentare l’occupazione nei settori di frontiera in una chiave inclusiva, solidale, plurale.
Già. Le istanze umanistiche ritornano costantemente nel racconto tecno-politico di Barcellona. E Francesca Bria ci si trova benissimo. Figlia di uno psicanalista e di una ballerina e ginnasta olimpionica, a sua volta campionessa italiana di ginnastica ritmica, Bria non cessa di ritrovare nella sua giovinezza romana una fonte costante di ispirazione e indipendenza di giudizio dalle derive tecno-centriche. Dopo la Sapienza ha studiato a Birkbeck, università londinese, ha ottenuto un PhD all’Imperial College di Londra, ha insegnato alla London Business School e allo stesso Imperial College. La qualità culturale dei mentori che ha incontrato nella vita, dal musicista Giuseppe Sinopoli all’economista “cosmopolitico” Daniele Archibugi e al gruppo di design dei servizi di Ezio Manzini, oltre che, appunto, Geoff Mulgan, spiega e ispira il suo impegno innovatore umanisticamente sensibile.
Non per nulla, tra le figure che l’hanno guidata c’è stato Stefano Rodotà, il giurista di riferimento per tutti coloro che hanno cercato una guida per affrontare la trasformazione tecnologica nella chiave dello sviluppo dei diritti umani.
Ed è stato proprio organizzando un convegno con Stefano Rodotà che Francesca Bria ha invitato e dunque incontrato il futuro marito, Evgeny Morozov: intellettuale originalissimo, critico attento e colto della contemporaneità, storico della tecnologia. Con lui, tra l’altro, ha scritto un testo per l’ufficio newyorkese della Rosa Luxemburg Stiftung, intitolato Rethinking the smart city. Democratizing urban technology che è diventato libro (la traduzione è in corso di pubblicazione per Codice). Il libro serve a decodificare l’ideologia tecnocratica della smart city, vista come una proposta centrata sulle esigenze dei venditori di tecnologia più che su quelle dei cittadini; e nello stesso tempo indica la strada per soddisfare il diritto a una città digitalmente avanzata, semplice da usare, aperta all’innovazione e, soprattutto, tecnologicamente sovrana. Non per nulla, a Barcellona, Bria ha introdotto un principio straordinariamente interessante: i fornitori di servizi alla città devono mettere in comune i dati sui cittadini che raccolgono, nel rispetto ovviamente della privacy, in modo che possano essere pienamente controllati dai cittadini e riusati da diverse piattaforme senza inutili duplicazioni e così trasformando quei dati in una conoscenza abilitante per la nascita di nuove imprese, invece che lasciarli diventare fonte di lock-in a favore delle piattaforme esistenti.
Si forma così un commons della conoscenza digitale. I dati registrati sono un bene comune a disposizione della comunità. E che la comunità alimenta e manutiene. La città democratica che Barcellona vuole essere e che Francesca Bria contribuisce a progettare e implementare, dunque, è costruita con una logica di co-design, nella quale il Comune coltiva una leadership culturale e valoriale, ma che la partecipazione dei cittadini rende possibile. «La smart city a Barcellona non parte dalla tecnologia ma dalle esigenze dei cittadini e dalle politiche pubbliche», dice Bria: «Ascoltiamo i cittadini, spieghiamo le nostre soluzioni, andiamo nelle assemblee di quartiere, aggiustiamo le tecnologie sui bisogni emergenti. Dopo il movimento degli Indignados la democrazia andava rigenerata. Oggi il 70% delle istanze di governo sono direttamente proposte dai cittadini. E si parla di mobilità. Si pianificano le linee del bus e le chiusure delle strade al traffico. Si parla di casa. Si parla di occupazione. Di inclusione. Abbiamo l’aiuto di istituzioni universitarie straordinarie». E di interpreti come Manuel Castells, da sempre una guida globale per lo sviluppo della cultura della rete.
Francesca Bria ha un ufficio nell’Ajuntament di Plaça de Sant Jaume, ma anche all’Institut Municipal d’Informàtica – la società in-house che con i suoi trecento tecnici realizza le piattaforme e gestisce i dati che la città mette a disposizione dei cittadini – e a Barcelona Activa che fa, appunto, le politiche di innovazione per lo sviluppo economico e democratico.
La capitale della Catalogna, regione tentata dall’indipendentismo, sviluppa piuttosto la sua strategia di modernizzazione e connessione internazionale. «La città è la dimensione giusta per sviluppare la democrazia. E le reti internazionali di città possono avere un peso fondamentale per il futuro». C’è molto da imparare da tutto questo.
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La questione europea. Se l’Italia diventa il laboratorio sovranista

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Sergio Fabbrini –Il Sole 24 Ore domenica -3 Giugno 2018

Dopo quasi tre mesi, l’Italia ha finalmente un governo. La difficoltà a formarlo è stata dovuta ad un sistema istituzionale inadeguato, ma anche alla complessità della trasformazione della politica nazionale. È di quest’ultima che voglio discutere, riflettendo sulle ragioni strutturali che hanno condotto a quel governo. Procederò a punti, per essere il più chiaro possibile.
Ieri è stato ufficializzato un governo sovranista. Esso è l’espressione di una frattura politica che si è venuta formando a partire dalla crisi finanziaria del 2008 e che è emersa in evidenza nell’autunno del 2011. Le dimissioni del governo Berlusconi e la nascita del governo Monti costituirono un punto di svolta della politica italiana. Dopo quell’autunno, una parte della società nazionale ha riconosciuto la necessità di avviare una politica di risanamento fiscale congruente con la nostra partecipazione al regime dell’Eurozona, mentre un’altra parte ha ritenuto che tale politica fosse contraria ai suoi interessi e culturalmente illegittima. Mentre la strategia politica perseguita dal governo Monti è stata fatta propria (con le inevitabili variazioni) dai governi successivi (di Letta, Renzi e Gentiloni), essa è stata invece contrastata duramente dalla Lega (l’unico partito che rifiutò di dare la fiducia al governo Monti) e quindi dai nascenti Cinque Stelle. Infatti, la crescita elettorale di questi ultimi è iniziata proprio con l’opposizione populista al governo Monti, considerato l’espressione del potere delle tecnocrazie sostenute da Bruxelles.
Dall’autunno del 2011 si è dunque avviato un processo di convergenza tra Lega e Cinque Stelle verso una piattaforma politica caratterizzata dal disconoscimento dei vincoli dell’Eurozona e dalla delegittimazione dei governi che avevano accettato quei vincoli. Tale convergenza ha trovato la sua celebrazione operativa nella mobilitazione contro la riforma costituzionale proposta dal governo Renzi. Quest’ultimo è anzi diventato, nella propaganda dei due partiti, il simbolo dell’Italia asservita agli interessi della grande finanza oppure della grande Germania.
Al punto che l’anti-renzismo costituisce, oggi, la condizione per poter salire sul loro carro. Indubbiamente, gli stessi leghisti e pentastellati hanno faticato a riconoscersi come alleati, così come la loro obiettiva convergenza non è stata compresa da buona parte della cultura democratica italiana. Tuttavia, se si considerano i fatti, dal 2011 si è formata in Italia una coalizione spuria di populisti (Cinque Stelle) e nazionalisti (Lega e quindi Fratelli d’Italia) che ha messo in discussione la collocazione europea dell’Italia, rivendicando il recupero di una (generica) sovranità nazionale. Un recupero necessario per restituire il potere al popolo (al singolare). Chiunque si opponga alla volontà del popolo (anche se è il presidente della Repubblica) è necessariamente un servo di poteri stranieri.
La coalizione sovranista rappresenta interessi ed umori che dipendono dal mercato e dalla politica domestiche. C’è in Italia una area di ceti sociali, spesso privi di connessioni organizzative, che ritiene che l’integrazione monetaria costituisca un regime non-necessario. È vero che la Lega e i Cinque Stelle rappresentano elettorati geograficamente distinti, ma è anche vero che quegli elettorati hanno un comune interlocutore per soddisfare i propri interessi. Il bilancio pubblico e i suoi gestori. Ecco perché i due partiti avevano bisogno di andare al governo. Solo così possono allocare al Sud maggiori risorse pubbliche ovvero garantire al Nord una minore invasività fiscale (oltre che il controllo delle frontiere). È evidente, però, che le due constituencies non sono facilmente conciliabili. Per questo motivo il governo sovranista si è dato una presidenza del Consiglio collegiale (costituita di ben quattro esponenti politici, due leghisti e due pentastellati), così da tenere sotto controllo le tensioni che emergeranno tra quelle constituencies. Qualsivoglia mediazione verrà trovata, però, condurrà a un esito di politica di bilancio poco o punto compatibile con il funzionamento dell’Eurozona.
La composizione del governo sovranista è stata di conseguenza pensata per preparare il confronto, che avverrà, con le istituzioni e le autorità dell’Eurozona. Da tempo, la politica europea non è più una componente della politica estera, ma costituisce la sostanza della politica interna. In tutti i Paesi dell’Eurozona, essa viene decisa all’interno di un cerchio ristretto di attori governativi, costituito dal presidente del Consiglio (a cui fa riferimento il responsabile delle Politiche comunitarie) e dal ministro dell’Economia. In Italia, da tempo, la Farnesina è stata ridotta a un ruolo secondario nella politica europea, anche se il nostro Rappresentante permanente a Bruxelles proviene generalmente dai suoi ranghi. Le cose continueranno a essere così anche con il governo che ha appena giurato, con la differenza (questa volta) che la presidenza del Consiglio avrà una leadership collegiale. La nomina di un esponente europeista agli Esteri difficilmente cambierà questo equilibrio, anche se ci consentirà di preservare (almeno) le distanze da un avversario divenuto improvvisamente un amico, come la Russia.
Se si guarda il gruppo incaricato di gestire la politica europea del nuovo governo, è evidente che i suoi componenti sono critici (più o meno) implacabili dell’Eurozona. Naturalmente, nessuno di loro è un anti-europeo, nel senso di Nigel Farage. Il loro obiettivo è quello di mettere in difficoltà l’Eurozona, senza mettere in discussione la nostra partecipazione all’Unione europea (Ue). Che la possibile uscita dall’Eurozona sia percepita come necessaria a componenti della maggioranza è dimostrato da ciò che è avvenuto giovedì scorso nel Parlamento europeo. Durante la discussione sul bilancio della Ue per il periodo 2020-2027, i 6 parlamentari della Lega e 14 dei 15 parlamentari dei Cinque Stelle hanno insieme proposto un emendamento per introdurre (nel nuovo bilancio comunitario) un fondo speciale per rimborsare i Paesi che, decidendo di uscire dall’Eurozona, dovranno sostenerne i costi. L’emendamento è stato bocciato.
In conclusione, dall’altro ieri l’Italia ha un governo che ritiene che il nostro interesse nazionale corrisponda con la messa in discussione dell’Eurozona nella sua attuale forma, ritenuta impropriamente espressione del dominio tedesco. Per questo motivo, la politica europea del governo è controllata strettamente da esponenti sovranisti. Più il percorso si farà conflittuale, più la coalizione di governo si dovrà rafforzare, a cominciare dal coinvolgimento dei Fratelli d’Italia. Tuttavia, la radicalizzazione del rapporto con l’Eurozona è destinata a creare divisioni all’interno delle varie constituencies dei partiti sovranisti. Una parte influente dell’elettorato leghista così come componenti urbane della gioventù meridionale avrebbero molto da perdere dalla marginalizzazione europea dell’Italia. Chi ritiene che il nostro interesse nazionale corrisponda invece con un rafforzamento del nostro ruolo in Europa, farebbe bene a considerare quegli interessi. Proponendo soluzioni innovative al loro malessere.

Un abbraccio ai nostri figli e nipoti (elettori grillini), suggerendo loro:

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di fuggire dalla Prigione di Alkatraz (Piattaforma Rousseau)
• di sottrarsi al fascino dello Sciamano genovese
• di passare dal sesso virtuale (democrazia diretta) ad una sana vita sessuale (democrazia rappresentativa)

Sono giornate davvero problematiche per chi ha a cuore il futuro del Paese ed in particolare dei giovani alla ricerca di sentimenti autentici, sfide motivanti, obiettivi elettrizzanti, ma anche mete gratificanti e rassicuranti.
Il risultato elettorale ci ha offerto un risultato incontrovertibile ed una chiave di lettura illuminante sul disagio e sulla ricerca di speranza e nuovi orizzonti espresso dal voto giovanile.
Ma il dibattito che ne è seguito, che ha avuto al centro ipotesi di alleaze e tattiche parlamentari per la formazione del Governo, ha rappresentato uno spettacolo inverecondo che ha messo in mostra la miseria morale, l’impudicizia professionale, la totale insufficienza pedagogica di molti padri.
Focalizzando l’attenzione sul Titti Di Maio lo vediamo circondato da tanti Gatti Silvestro che lo vorrebbero adottare e difendere, dai nonni affettuosi come Scalfari e Cacciari allo stuolo di giornalisti che – di fronte alla personcina tanto amabile – si sentono in grado di assumere un ruolo di suggeritori e sceneggiatori per l’esercizio della sua leadership.

Ed il malcapitato, tanto è grossolano e sfottente il suo competitor in felpa, tanto lui sfoggia grisaglie rassicuranti ed espressioni concilianti: non siamo né di destra né di sinistra, siamo aperti alla collaborazione di tutti i fornai, sono fiducioso sulle decisioni del Presidente della Repubblica, ma anche no (e lo minaccio di impeachment), con noi arriva la terza Repubblica….
Mi preme soffermarmi non tanto su previsioni e valutazioni per quanto riguarda l’evoluzione del quadro politico scaturito dall’incestuosa alleanza M5s-Lega tradottasi Contratto lunare, bensì sul macigno ingombrante che la maggior parte dei commentatori politici, per disonestà e pavidità, non vuole prendere in considerazione, ovvero il fatto che la straordinaria quantità di consenso elettorale attribuito al M5s (che potrebbe trasformarsi in una ventata di aria pulita per il sistema politico) non trova una rappresentazione democratica affidabile e duratura.
Ci troviamo infatti in presenza di una forza politica (che ha raggiunto il primato elettorale) in cui il leader – che dopo una rincorsa “forsennata e fortunata” è arrivato ad assumere la carica di vicePresidente del Consiglio – i programmi, le candidature e le stesse scelte strategiche non sono la risultante di processi di partecipazione democratica, bensì di manipolazioni gestite da un’Impresa privata con la copertura di un comico santone ed attraverso una Piattaforma proprietaria.
Le conseguenze di questa situazione sono davvero preoccupanti per l’assetto democratico ed il corretto funzionamento delle dinamiche parlamentari, ma per dare un orientamento strategico alla domanda di partecipazione e presa in carico dei programmi votati dagli elettori grillini, non ci si può limitare alla stucchevole polemica delle valutazioni espresse sulla base di posizioni ideologiche e schieramenti contrapposti (oltretutto sterili in un contesto di tripolarismo) bensì innescare un processo dialettico di confronto finalizzato a smascherare le contraddizioni e le oscurità di M5s, ma anche valorizzarne, assumerne e mediarne le proposte che possono concorrere a dare uno sbocco riformista alla governabilità del Paese.
Vasto programma, complesso ed irto di ostacoli e per affrontarlo bisogna guardare in profondità la genesi storica, il tortuoso cammino, valori-disvalori e ragioni sostanziali che hanno determinato il successo elettorale grillino del 4 marzo: lo dobbiamo fare se vogliamo comprendere le scelte soprattutto del mondo giovanile ed esercitare – mi si conceda l’espressione apolitica – una paternità autorevole.
E’ partendo da questo approccio che i due articoli indicati in calce e linkati intendono dare esclusivamente un contributo esplorativo

1. ANALISI (DALL’INTERNO) DELLA NASCITA, CRESCITA E INVOLUZIONE DI M5S

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/digitalismo-politico-movimento-cinque-stelle-marco-morosini 
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/digitalismo-politico-caso-m5s-2

2. GIANROBERTO E NOI. IL GRILLISMO, FASE ADOLESCENZIALE DELLA CITTADINANZA DIGITALE

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