Salviamo il soldato Roger (e rigeneriamo il PD veneto)

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 “Non dobbiamo aspettarci dai singoli individui ragionamenti corretti, di larghe vedute, tesi alla ricerca della verità, specie quando sono in ballo interessi personali e reputazione da difendere. Ma tanti individui combinati nel modo giusto, con alcuni posti nelle condizioni di sfruttare le proprie facoltà di ragionamento per smentire le affermazioni altrui, e tutti in grado di avvertire l’esistenza di un senso di comunità o di un destino condiviso, che consenta loro di interagire civilmente, formano un gruppo che finisce col produrre un ragionamento corretto che rappresenta la proprietà emergente del sistema sociale”

Jonathan Haidt, Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione

 

All’inizio del confronto interno sulle sorti del PD veneto post-debacle, c’era stato chi, con una sorta di autodifesa preventiva, aveva auspicato che la dirigenza regionale del Partito non fungesse da ”megafono del renzismo”; poteva sembrare l’espressione di una atto d’ogoglio, la rivendicazione di autonoma mirante a perseguire una soggettività politica propria…

Purtroppo si è rivelata – alla prova dei fatti – la opportunistica rivendicazione di poter continuare sottovento una tranquilla navigazione nella periferia del Partito; per i diversi esponenti del PD veneto, che si sono sentiti spiazzati dal processo di rinnovamento nella leadership nazionale e dal faticoso adattamento al cambio di ritmo nella strategia riformista messa in campo dal Governo guidato da Renzi, c’è stata la corsa a rimpannucciarsi.

Alcuni nei pochi scranni conquistati in Consiglio Regionale; qualcuno con la “superliquidazione” in Parlammento europeo; altri a gestirsi una tranquilla navigazione parlamentare, preoccupati solo di testimoniare la fedeltà alla vecchia Ditta o manifestare il dissenso e qualche crisi di coscienza in occasione di votazioni cruciali su provvedimenti legislativi ritenuti indigesti.

Nel Veneto quindi si sono sommati le dimissioni del Segretario regionale, conseguente al flop elettorale, e la disarticolazione delle Rappresentanze nei diversi livelli istituzionali con l’effetto di determinare una situazione di debolezza organizzativa endemica, proprio nella fase in cui i tangibili risultati dell’azione di Governo avrebbero potuto-dovuto costituire argomenti e strumenti efficaci per riprendere il dialogo e recuperare il consenso con i cittadini veneti, anche attraverso una presenza corale ed una forte visibilità del Partito.

Sicchè, come sottolinea amaramente Roger De Menech nell’articolo pubblicato nei giorni scorsi (24 febbraio) sul Corriere del Veneto, la bandiera del PD, ovvero l’azione politica territoriale è “rimasta affidata all’iniziativa dei singoli non organizzati” (sic!)

Nel suo intervento il Segretario dimissionario lamenta un diffuso narcisismo e critica l’atteggiamento di chi si ostina a non riconoscere la complessità del nuovo contesto economico e politico, da un lato, ed il mutamento del trade off con gli elettori, dall’altro; sottolinea inoltre che tale situazione di difficoltà deve essere affrontata “dando risposte come sistema partito e non singolarmente”.

Credo che onsetamente non si possa che sottoscriverne sia l’analisi che la perorazione conclusiva.

Ciò che mi sento di rimarcare criticamente è, però, la rinuncia (da parte del Segretario, seppur dimissionario) ad esporre con maggiore vigore le ragioni etico-valoriali e politico-culturali dello stato di anemia e sfarinamento del Partito, nella nostra Regione; esso ha a che fare sia con la malintesi concezione (che traspare nell’articolo) della “Agenzia di buoni servizi e buona rappresentanza territoriale” che, soprattutto,

della sottovalutazione del fatto che le chance di successo del PD – soprattutto nel Veneto – sono correlate alla sua capacità di diventare un’Organizzazione riconosciuta, vissuta ed agita come una “comunità di destino”, in grado di rappresentare strumento e veicolo (mezzo) di rigenerazione socio-culturale ed economica (fine) per una realtà in cui la subcultura leghista ha inquinato i pozzi della coscienza civile ed continua a frenare il necessario processo di modernizzazione istituzionale.

In una precedente riflessione sul sentiment democratico dei veneti (https://www.dinobertocco.it/il-sentiment-democratico-dei-veneti/ ) ho espresso il mio punto di vista sulle resposabilità ed i compiti che spettano ad una leadership rigenerata del PD; ma, anche alla luce delle considerazioni esposte dal Segretario regionale, ritengo utile agggiungere il suggerimento di una ri-lettura del prezioso testo che può fungere da strumento di orientamento, nell’attuale temperie all’interno del Partito Democratico (non solo regionale): il libro di Giuliano Da Empoli La prova del potere.

In esso sono efficacemente illustrati il senso e la mission di “una nuova generazione alla guida di un vecchissimo Paese” e vi si possono trovare alcune chiavi interpretative della nuova stagione politica inaugurata da Renzi, senza indugiare in analisi politologiche inconcludenti su un’avventura che continua ad essere maldigerita da media e talk show e –tuttora! – costituisce il rovello per giornalisti frastornati ed il tormento per i tanti “sinistrati” (anche di casa nostra) travolti dal processo di accelerazione e rinnovamento politico in corso.

Il pregio maggiore che vi si può riscontrare è dato dalla nettezza dei giudizi che aiutano a comprendere il cambio di paradigma e di prospettiva con cui bisogna fare i conti; certo per l’autore – che oltre che scrittore, editorialista del Messaggero, già assessore a Firenze con Matteo Renzi è oggi uno dei più stretti consiglieri del premier, il compito è per così dire “necessitato e facilitato”.

Ma resta un merito indubbio dell’autore la capacità di illustrare il significato ed alcuni dei contenuti programmatici strategici rappresentati dalla discontinuità storico-culturale che la leadership renziana sta, con fatica ed incontrando molte resistenze interne ed esterne, introducendo nell’agenda politica nazionale.

Ciò che affascina me, sessantenne impegnato da tempo ad obiettare sull’atteggiamento pregiudizievole e di molti miei coetanei (https://www.dinobertocco.it/ottuagenari-boriosi-e-sessantenni-frustrati-siate-piu-sereni-ed-obiettivi/ ed ancora https://www.dinobertocco.it/lo-scoutismo-del-premier-che-irrita-e-sconcerta-i-sessantenni-rosiconi-e-frustrati/ ) e convince particolarmente è lo sguardo di un intellettuale quarantenne che si arroga il diritto di rappresentare la Generazione X e che può –a ragione e con beffarda ironia – giudicare quello che abbiamo alle spalle (la cosidetta Seconda Repubblica) come “Il ventennio immaturo”, ovvero esaminare sotto il profilo storico ed antropologico “Il paese dei balocchi di Berlusconi: una specie di sogno americano adattato ai gusti delicati di un oligarca russo. Il paese normale di D’Alema: una sorta di utopia germanica vista attraverso lo sguardo allegro di un impiegato statale bulgaro”.

Da Empoli ci mette di fronte ad un’intepretazione che non contiene margini di mediazione politicista e propone una cesura con il recente passato: lo scopo è di indurre ad abbandonare la narrazione continuista di un ventennio (il tempo della cosidetta Seconda Repubblica) che oscura il fallimento di un intero ceto politico, che per lunghi quattro lustri si è trastullato “drogandosi con il doping dell’ideologia ed usando il carburante dello scontro con l’avversario

Il messaggio che ne esce (e che mi sento di condividere) è l’invito alla nuova generazione, che si è candidata a “cambiare verso” al Paese e si sta concretamente cimentando con le resistenze ed i conflitti provocati dal cambiamento, di avere il coraggio di essere “inattuali e sovversivi”!

L’augurio che faccio a De Menech (ed a me stesso) è di vedere maggiormente esplicitati e discussi, anche all’interno del Congresso regionale in gestazione, le ragioni, i contenuti progettuali e l’ispirazione etico-valoriale con cui i nuovi candidati alla leadership si propongono di gestire il processo di rinnovamento del PD con l’energia e l’effetto rigeneranti ben illustrati da Giuliano Da Empoli.

Il quale, va ricordato, è promotore del Think tank Volta che, proprio in questi giorni, è diventato l’oggetto di un    dibattito su alcuni Giornali che si interrogano e lo interpretano come un tentativo di integrare l’Agenda della governabilità a trazione renziana (“ il renzismo può trasformarsi in un’egemonia non solo di potere, ma anche culturale?”) con una strategia mirante a trovare nuove risposte (dal versante democratico e di sinistra) sui grandi temi ed interrogativi che assillano la contemporaneneità occidentale.

Vedi in particolare:

http://www.ilfoglio.it/politica/2016/02/19/renzi-puo-renzismo-essere-qualcosa-di-diverso-dal-nuovismo-cercasi-egemonia-culturale___1-v-138486-rubriche_c153.htm

http://www.corriere.it/cultura/16_febbraio_22/egemonia-ha-bisogno-un-idea-necessario-restarle-fedeli-af16a554-d8da-11e5-842d-faa039f37e46.shtml

Ma a questo punto si apre il capitolo di una riflessione più ampia, focalizzata da un lato sul Bilancio dei primi due anni di Governo Renzi e, dal’altro, sui temi, dilemmi (e capziosità) dell’identità del Partito: lo affronteremo in un prossimo intervento.

 

Padova, li 28 febbraio 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

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