Sharing economy, la via italiana ha un’anima sociale

Alessia Maccaferri – Il Sole 24 Ore – 8 novembre

Sharing economyVocazione territoriale e cultura: le piattaforme sperimentano nuovi settori, modalità di business e prove di alleanze

Sarà che l’onda alta della sharing economy si è abbattuta tardi sulla penisola, sarà che l’Italia ha un forte tessuto sociale. In ogni caso la via italiana dell’economia collaborativa mostra una particolarità: una adesione ai valori identitari come la sostenibilità e il sociale. In controtendenza rispetto ad altri paesi in cui la vocazione prevalente è quella dei servizi on demand, che consentono di abbattere i costi e aumentare i profitti, in Italia si tentano di percorrere anche altre strade più vicine al peer to peer (l’uguaglianza tra pari), alle collaborazioni, a modelli di business alternativi.

Innovazione sociale sui territori

La nuova mappatura 2015 della sharing economy in Italia – curata da Collaboriamo.org, in partnership con Phd Italia, che sarà presentata domani a Sharitaly, la manifestazione che si svolgerà a Milano nella settimana dell’economia collaborativa – mette in luce un fenomeno particolare, a cominciare dal settore del turismo. Su 118 piattaforme mappate (escluse quelle di crowdfunding) 22 lavorano in questo comparto. Accanto ai grandi player stranieri per l’ospitalità temporanea come AirBnb, si moltiplicano quelle piattaforme (Curioseety, GoCambio, Guidemeright, Native Cicerone, PiacereMilano, Tourango, Zestrip) che facilitano l’incontro tra i turisti e gli abitanti dei luoghi che vengono visitati. Non solo. Ci sono esperimenti come StanbyMi che cerca di coniugare l’offerta ricettiva con le guide turistiche. Fenomeno inedito anche le piattaforme dedicate alla cultura del tutto assenti nella mappatura dell’anno scorso. Sono una decina e vanno dallo scambio di libri (Comprovendolibri, Green books Club), alla relazione tra persone con la stessa passione (Appboosha, Biblioshare, SuperFred), dall’organizzazione di spettacoli (Teatroxcasa) alla mappatura condivisa di luoghi, persone ed eventi culturali (Openculture Atlas). «Emerge un’attenzione a settori che sono particolarmente vocati al territorio e alle comunità locali – spiega Marta Mainieri, coordinatrice dell’indagine – a conferma di una certa tendenza di tipo sociale che valorizza lo spirito di condivisione della sharing economy. E la cultura diventa un’esperienza sociale mediata dalle piattaforme collaborative digitali». Inoltre nell’augurarsi che la sharing economy cresca, molte delle persone intervistate auspicano che questo avvenga senza che si perdano i valori fondamentali di condivisione, di creazione di comunità, di definizione di nuovi stili di vita più sostenibili.

Collaborazioni e business

Le piattaforme cercano alleanze. Il 42% ha stretto accordi con servizi collaborativi complementari ma, timidamente, si gettano ponti anche con enti pubblici (Comuni, enti per il turismo, biblioteche) o con associazioni (Croce Rossa Italiana, Arci, Slow Food, Altroconsumo, ecc). «Si cercano contatti all’esterno, le piattaforme vivono una condizione di solitudine – commenta Mainieri – . Manca un ecosistema, qualcuno che si faccia promotore di una cultura di sistema». L’altro aspetto interessante riguarda i modelli di business. Un terzo delle piattaforme collaborative utilizza un modello classico, adottato da AirBnb O Blablacar: la percentuale trattenuta sul transato, con un valore medio tra i 5 e i 50 euro. Eppure questo modello è in calo (del 40% sul 2014) a vantaggio dell’abbonamento (dal 9 al 12%), la pubblicità (dall’11% al 14%) e soprattutto ad accordi con grandi marchi e sponsorizzazioni (dal 9 al 23%). «Esistono anche altre forme di revenue per le piattaforme come per esempio le consulenze e la vendita di servizi o prodotti alle imprese, ma anche monete virtuali e crediti» si legge nell’indagine. «L’obiettivo di incidere nel sociale, di portare innovazioni, di immaginare stili di vita sostenibili caratterizza diverse piattaforme – aggiunge Mainieri -e lo rileva anche dal fatto che stanno sperimentando modelli di business differenti».

Mercato

I settori che restano più attivi sono i trasporti (19% sul totale) , il turismo (15%)e lo scambio (affitto, vendita) di beni di consumo (15%). I rimanenti comparti sono tutti sotto il 10 per cento. Quanto il mercato italiano della sharing economy si mostra interessante e maturo dal punto di vista della sperimentazione, tanto è acerbo, dal punto di vista quantitativo ed economico . La maggior parte delle piattaforme (69%) ha meno di mille scambi mensili e solo cinque hanno più di 30mila scambi. E questo nonostante gli utenti mensilmente attivi siano in crescita: le piattaforme con più di diecimila utenti passano dal 19% del 2014 al 39% di quest’anno. Scarsi gli investimenti nell’ambito del marketing.

fiducia ed ecosistema

Solo per il 16% degli intervistati durante la mappatura considera prioritaria la definizione di nuove norme. In realtà la prima difficoltà, secondo i protagonisti del settore, è «la scarsa cultura della condivisione e la mancanza di fiducia da parte del mercato (ben 22 risposte su 45 vertono su questo tema)» si legge nell’indagine. Paiono quindi insufficienti a dare fiducia i sistemi di feed-back di cui sono dotate 46 piattaforme su 55, che si basano principalmente sul rating e review (88%) ma che spesso abbinano anche la convalida del profilo utente con i social network (41%) e la scannerizzazione del documento di identità (17%). Tra le altre difficoltà si segnalano quelle relative al digital divide, alla scarsità di competenze adeguate e di accesso al credito.

Infine «la mancanza di un ecosistema favorevole, sia istituzionale che normativo, allo sviluppo delle diverse iniziative – si legge nella indagine – è percepito come un problema tanto che le piattaforme si auspicano “un progressivo consolidamento e riconoscimento delle varie iniziative” e che venga predisposta “una regolamentazione del settore che non soffochi le iniziative nate”».

 

 

 

 

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