Vite sulle cime

I graffiti dei pastori la storia incisa sulle Dolomiti
In Trentino raccolte 50mila scritte narrano cinque secoli di civiltà montana


GIAMPAOLO VISETTI, SAN MICHELE ALL’ADIGE ( TRENTO) – la Repubblica 13 febbraio 2018
Anno 1840, l’ultimo cacciatore di orsi delle Dolomiti di Fiemme, Giovanni Battista Zorzi, annota il fatto più importante della stagione: «Segato il fosso tre volte». Questa decisiva quota di pianeta, ovunque, oggi è abbandonata. Gli ultimi pastori irritano, bloccando il traffico. Per capire la vastità delle conseguenze restano le loro scritte commoventi: primo testo storico e letterario, ma pure di sostenibilità economica, nell’Italia che a metà ‘900 ha accettato di ignorare la natura.
Le scritte lasciate dai pastori sulle pareti delle malghe o sulle rocce riportano le iniziali, l’anno e il numero di animali
«T. D. la bella del pastore è ormai perduta, qui resto solo, 1818». Due secoli fa, sui pascoli delle Alpi e degli Appennini, già si scriveva d’amore. Sul posto di lavoro però si timbrava anche il cartellino.
«Essendo il 12 settembre — scrive D. V. nel 1822 — sono qui sotto a segare questo prato erto». E i bambini, appena compivano otto anni, salivano in montagna da soli e per mesi, con greggi e mandrie sterminate. «Anni 10 — scrive VG — eviva la baraonda, 105 pecore».
Qualcuno intuiva che in alta quota passava anche la storia: «Fine dela guera mondiale — scrive E. D. nell’autunno del 1918 — cola disfata dei todeschi». Altri registravano gli eventi estremi del tempo: «Freddo e neve — nota un anonimo nel pieno di un agosto — addio». Tra Siena e Como etnografi e archeologi stanno finendo di comporre il grande libro delle «scritte dei pastori» italiani, i graffitari dei pascoli che nel corso di oltre cinque secoli hanno raccontato l’epopea della civiltà in cui uomini e animali vivevano insieme. I primi writer, costretti alla solitudine delle transumanze o delle baite, per secoli hanno tenuto il diario di un popolo essenziale e dimenticato.
Lo hanno inciso sulle rocce e nelle grotte, sui muri delle malghe e nelle stalle, agli incroci dei sentieri, sopra i loro attrezzi e sulle pareti annerite accanto ai focolari dove scaldavano il latte per fare il formaggio. Questo romanzo collettivo affidato alla natura, composto in un italiano approssimativo e in diversi dialetti, è scritto con polvere di pietra sciolta con latte, urina o saliva, oppure con la cenere di tizzoni accesi. Lo si legge camminando, tra la Spagna, la Francia e la Slovenia, sui prati di tutto l’arco alpino e sui pascoli che hanno sfamato l’Italia, fino alla Sicilia e alla Sardegna.
Nessuno però, fino a oggi, aveva tentato l’impresa di rintracciarlo, documentarlo, riordinarlo e comprenderlo, trasformandolo nella cronaca della vita degli umili, lungo un’era finita per sempre a metà del Novecento. Nel Museo degli usi e costumi di San Michele all’Adige, che in Trentino quest’anno celebra il mezzo secolo con un convegno al British Museum di Londra, dopo dodici anni di lavoro i ricercatori sono certi di aver trovato la chiave per capire l’intero racconto della «grande storia» secondo gli occhi e il cuore dei pastori. In Val di Fiemme, un tempo confine tra Nord e Sud dell’Europa, tra montagna e pianura, migliaia di scritte e di disegni alzano il velo sui cinquecento anni in cui «ogni filo d’erba era curato, contato ed essenziale per sopravvivere».
«Rispetto ai preistorici graffiti abruzzesi o alle iscrizioni rupestri della lombarda Val Camonica — dice il direttore Giovanni Kezich — la scoperta è che ora riusciamo a penetrare nel codice dei testi di epoca moderna. È una sorta di Stele di Rosetta della scrittura pastorale di tutto il mondo». Qui i messaggi salvati, presto raccolti in un libro, sono già 47.705: il primo risale al 1470, l’ultimo al 2011. Nel sud dell’Europa gli antenati di sms e WhatsApp, ancora leggibili sui pascoli, superano il milione. Rivelano che i custodi di pecore e mucche erano l’élite del lavoro, democraticamente eletti dalle comunità e ben pagati, al punto da permettersi l’esercito infantile dei sotto-pastori. Per questo sapevano, e dovevano, scrivere e disegnare. «Vivendo sempre fuori — dice l’etno-archeologa Marta Bazzanella — avevano bisogno di protezione. Invocavano la provvidenza contro fulmini, gelo, siccità, orsi e lupi. Ma la priorità era documentare il proprio lavoro, prendere appunti e dare indicazioni agli altri per sostenere l’economia della sussistenza, componendo un vero e proprio manuale». Nulla era lasciato al caso, gli animali costituivano il bene cruciale: ogni giorno i proprietari pretendevano notizie. Le scritte standard, per secoli, imponevano la sigla del pastore, la data, il numero dei capi vivi: «B. Z. 1772 FL (“fece l’anno”, ndr) 147 (l’ammontare del gregge, ndr). Tra Ottocento e Novecento agli sms di lavoro si sono aggiunte le confidenze personali: fatti accaduti, messaggi per mogli e fidanzate, minacce e rimproveri a colleghi, moniti a evitare sacrifici che potevano spingere al suicidio. «Cari letori — si legge — da più ani che si fa cuesta vita solitaria e tormentosa, ricordatevi di me, adio». Oppure: «Amici vi prego di non fare anche voi questa vita crudele», e «per buona grazia oggi mi ho tagliato in una gamba, ti saluto e son l’amico». Ma anche: «Vi saludo resteladore», o «Io sono qui a sofrire per te lontana», o «Bella come la luna ti vedo ogni notte».
Aneddoti, poesie, autoritratti, preghiere, dati biografici e nomi per lasciare traccia di sé nell’universo: quando si «viveva a mano» il popolo dei pastori ha inconsapevolmente scritto la propria storia dell’Italia e per la prima volta ognuno presto potrà leggerla, scoprendo quanto ha perduto. «Ogni dettaglio — dice Marta Bazzanella — doveva filare alla perfezione. Il Paese dipendeva dal bestiame e viveva costantemente sul filo, sospeso tra fame e disastri. Le scritte dei pastori rivelano ora la serietà e la profondità, ma anche la cura maniacale per il territorio, che hanno segnato la nascita reale della grande bellezza italiana».

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