Fermiamo l’assalto squadrista ai Parlamentari

Tempo di lettura: 4 minuti

staino-costi-politicaIl livello di insulsaggine, acrimonia, sguaiatezza, superficialità, manipolazione dei dati che sta raggiungendo la bagarre inscenata da M5s sul trattamento economico dei Parlamentari, ha assunto oramai le caratteristiche di un’aggressione squadrista non alla “casta” ma all’istituto democratico della Rappresentanza parlamentare.
Sguinzagliati e sollecitati all’attacco dal milionario psicopatico (dall’alto della tribunetta della Camera dei Deputati) i grillini si esercitano nella guerrilla marketing preordinata dalla Casaleggio Associati allo scopo di oscurare con l’iniziativa propagandistica – di fronte agli elettori – il loro NO alla Riforma Costituzionale il cui obiettivo è un taglio strutturale ai costi della politica attraverso l’efficientamento del processo legislativo, che si relizza con il superamento dell’insulso bicameralismo attuale, non sgonfiando le gomme ai Parlamentari che debbono essere rappresentativi, preparati, efficienti, produttivi ed adeguatamente remunerati per una funzione da rispettare, non da sputtanare!
Osserva giustamente sul Foglio oggi il Direttore Cerasa:
“Lo status del politico oggi è questo: non deve guadagnare nulla, non deve avere privilegi, deve essere intercettabile in qualsiasi occasione, può essere spiato in qualsiasi contesto, deve essere sputtanato per qualsiasi ragione, non deve avere un auto sulla quale viaggiare, non deve aver fatto nulla nel passato per non essere sputtana
bile. Deve essere una specie di passante, una persona senza esperienze, un improvvisatore della politica. L’antipolitica porta a questo. E non c’è da stupirsi poi se anche i frigoriferi nel loro piccolo si incazzano”

L’ANALISI
Il rischio di inseguire i populisti sul loro terreno
Il Sole 24 Ore 26 Ottobre 2016
Parliamo di populisti e populismi, oggi, a proposito dell’eterno dibattito sul trattamento e sulla condizione dei parlamentari, e in occasione della proposta di dimezzarne le indennità. Proposta di impronta populista, come tutte quelle che, in tema di amministrazione, non collegano funzioni, responsabilità e trattamento economico. Il parlamento italiano, le nostre istituzioni, hanno più bisogno di ritrovare efficienza e qualità, nell’interesse pubblico, o di pesare un po’ meno sulla finanza nazionale? Servono parlamentari più competenti, più radicati nel tessuto della società, o deputati e senatori con una capacità di spesa e tenore di vita ridotti? Si può rispondere che entrambi sono obiettivi meritevoli di perseguimento: ma in quel caso, il punto da cui muovere non sono le indennità, quanto la ricerca della qualità del lavoro delle camere e il peso delle stesse nell’organizzazione e nell’interesse del paese. E il ruolo della figura rappresentativa della sovranità popolare all’interno della società. Il resto seguirà, doverosamente e coerentemente. La proposta oggi all’esame delle camere trascura invece deliberatamente il profilo della qualità complessiva della funzione parlamentare, per aggredire con esibito intento esemplare e punitivo la condizione economica dei singoli parlamentari, percepita come la rimozione di un’ingiustizia sociale.
Un’avvertenza di carattere generale: meglio non scherzare con i populisti ed i loro movimenti, anche se spesso appaiono innocui, a volte quasi dei buontemponi istituzionali.. Qualcuno, nella storia delle democrazie, lo ha fatto, malauguratamente, e non sono mancati casi nei quali quelle democrazie sono diventate monocrazie, talvolta con risultati tragici. Non è un caso che quei movimenti siano sempre a guida unica, incontestabile e incontrastabile dall’interno.
Come si riconosce una politica demagogica e populista? In estrema sintesi: una ricetta populista trascura le aspirazioni dei cittadini, preferendo concentrarsi piuttosto sulle frustrazioni che pervadono la società, e sui modi più primordiali e spicci per darvi apparente ristoro e momentaneo sollievo. Un effetto placebo, al massimo, per di più socialmente diseducativo. La situazione dell’elettore non cambia in nulla, se non attraverso la penalizzazione di un altro soggetto. La ricetta populista non si pone l’obiettivo di rimuovere la causa del disagio.
Le frustrazioni di cui sopra, sono quelle degli elettori incattiviti da una interminabile, rabbiosa crisi economico sociale, e vengono usate sadicamente contro la proiezione politica degli stessi: deputati, senatori, ministri, rappresentanti politici, e giù per i rami dell’apparato pubblico, fino a toccare alti burocrati e grand commis. Ecco il paradosso: in nome del popolo contro le rappresentanze del popolo.
Della forma della democrazia, nel verbo populista, permane il momento salvifico delle elezioni, del quale neanche le dittature si sono mai private.
Come vengono combattute, nel concreto, le pulsioni populiste attive nel nostro paese, e quella subdolamente antiparlamentare oggetto di questa analisi? Come osserva acutamente Alessandro Campi in un suo editoriale sul tema, il rischio è quello di farlo muovendosi sullo stesso terreno, privilegiando la ricerca del consenso rispetto alla qualità e all’efficienza della funzione. Il “senato gratis”, formula di stampo davvero populista, inizialmente praticata per inoltrarsi in una riforma poi irrobustita e oggi sottoposta al voto popolare, ha fatto temere un confronto giocato sul medesimo terreno; e poco distante è l’estemporanea idea di legare il trattamento economico parlamentare al dato quantitativo, largamente e pigramente passivo e improduttivo, della presenza in aula.
La chiave del contrasto si può trovare solo in una diversa concezione del ruolo del parlamento, rispetto a quella di “ente quasi inutile” che costituisce la piattaforma di quasi tutte le ricette dei movimenti populistici (e che nasconde, spesso, nella sublimazione del pensiero del perfetto populista, l’inutilità tout court delle camere legislative): una concezione che metta al centro la funzione del parlamento come motore della direzione di marcia di un paese. Il primo obiettivo riguarda il metodo di selezione del personale parlamentare, direttamente collegato ai meccanismi elettorali, al fine di riattivare una virtuosa relazione costituzionale tra il cittadino ed i suoi rappresentanti: unico antidoto sicuro agli istinti demagogici. Il prezzo è alto per la pigrizia di una politica ormai usa a sostituire quella relazione costituzionale con altra che si instauri tra eletto e partito, ormai quasi sempre capopartito: ma è immediatamente salutare, addirittura sintomatico. Lo sa chi ha verificato la depressione della funzione, singola e collettiva, delle camere seguita alle misure di nomina diretta di deputati e senatori: depressione vistosa, e non estranea alla diffusione epidemica delle pratiche immorali di mobilità parlamentare che infestano il nostro sistema.
Altro antidoto, esso stesso tradizionalmente inviso alla politica dei partiti, richiede una attuazione seria dell’articolo 49 della costituzione, che pretenda quanto meno l’introduzione di meccanismi di “contendibilità” della guida dei singoli partiti, e recida l’infestante sovrapposizione tra partiti stessi e istituzione. Verificata, su larga scala, nel mantenimento della presa dei partiti sui sindaci oltre e contro lettera e spirito della legge sull’elezione diretta dei sindaci; ma assai più pericolosa se trasferita a livello di perdurante controllo partitico sul capo di un futuro governo e sui singoli ministri.
E tanto d’altro, che si può riassumere sotto il nome – per la verità un po’ demagogico -, di buona politica.
Montesquieu

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