Imbriaghi spolpi e rinnovamento veneto

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Aveva sicuramente esagerato il caustico Toscani nell’attribuire ai veneti una propensione all’alcolismo (scambiando un ironico sfottò per un giudizio antropologico-culturale…) .

Ora però, lo stigma colpevolizzante è riemerso in versione vicentina, e l’epiteto di “imbriaghi spolpi” è stato velenosamente (e con buone ragioni) rivolto all’indirizzo degli amministratori della locale Banca Popolare, volendo attribuire loro “una sbornia di ambizione” (vedasi l’articolo odierno di Stella sul Corriere della sera: “Il salvadanaio e le illusioni”).

Certo, si riferisce ad una vicenda circoscritta, ma probabilmente il ricorso a tale aggettivazione ci segnala la volontà di marchiare in modo inappellabile comportamenti che deviano dalla serietà e dalla compostezza, dall’equilibrio e dal senso della misura delle cose e nelle azioni.

Ed allora è forse il caso di cogliere l’occasione per riflettere sulla necessità che nella nostra Regione, la “sobrietà” diventi una virtù più robusta e diffusa, venga assunta come valore di riferimento da parte di coloro che – a vario titolo – esercitano funzioni di responsabilità e di forte impatto su consumatori e cittadini, ma ne venga anche costantemente evidenziata la rilevanza in termini di costume e civismo.

Mi spiego meglio con alcuni esempi concreti che fanno emergere il deficit di sobrietà, intesa come consapevolezza critica, che caratterizza lo spazio pubblico veneto.

  • E’ ormai acclarato che il vignaiolo (ironia della storia) Zonin ha perpetuato un potere autocratico e finanziariamente criminogeno, ma esso è allignato in un contesto sociale di omertà diffusa e si è basato sul consenso di una una massa di clienti predisposti all’autoinganno ed alla dipendenza dai bicchieri – promesse irealistiche di una Banca le cui attività fraudolente erano “tollerate” in quanto pensate e gestite nell’ambito del territorio vicentino
  • Tale comportamento sociale debole e subalterno somiglia molto alla credulità ed agli atteggiamentti manifestati da altre “comunità locali” venete, affascinate dalla predicazione antieuro ed antiprofughi di un “Capitan Fracassa” (copyright Flavio Tosi) come Salvini intento a somministrare promesse – nel suo caso politiche – palesemente irrealizzabili (e dannose), ma ritenute corrispondenti agli interessi immediati dei cittadini, in omaggio alla vulgata del “paroni a casa nostra”!
  • La fenomenologia della “distrazione di massa” in Veneto, non è recente, bensì è correlata ad un certo disorientamento provocato dall’accelerato processo di crescita economica e trasformazione sociale che ha trovato le leadership imprenditoriali e politiche impreparate a leggerne ed affrontarne gli effetti e le conseguenze. La società veneta nel suo complesso, anche nella stagione più recente, ha fatto letteralmente miracoli (si pensi solo all’assorbimento ed integrazione di mezzo milione di immigrati), ma al suo interno non si sono – finora – coagulate forze sociali e culturali (università, media, agenzie e centri di ricerca) con la forza adeguata per introdurre quegli elementi di riflessività critica nell’opinione pubblica necessari per focalizzare meglio i nodi e le scelte cruciali per il cambiamento in corso. Ci si è trastullati con il venetismo autocompiaciuto e difensivo, con le previsioni astrologiche (pardon sociologiche) e dibattiti da Bar Sport sulla vocazione indipendentista; e con ciò bruciando lustri di tempo che sarebbero stati fondamentali per l’opera di aggiornamento socio-culturale e modernizzazione (infrastrutturale, di apparati produttivi ed amministrativo-istituzionali, di protezione del territorio, ecc.).

In questa situazione è – nel frattempo – cresciuta la straordinaria realtà delle Imprese venete che, estraniandosi dal frustrante cazzeggio sociopolitico locale, si sono date il compito ed assunto la responsabilità di trainare l’intero sistema regionale ad affrontare la crisi misurandosi con il processo di globalizzazione in corso, accettando le sfide dell’innovazione e della competizione: sono così diventati trentamila gli imprenditori impegnati ad interagire con i mercati di tutto il mondo ed a dotarsi delle chiavi di lettura ed accesso al futuro.

Si tratta di un pezzo importante di quel mondo di elettori veneti che – alle elezioni Europee – ha intravvisto e giudicato favorevolmente il riformismo avvviato nel Paese dal Governo Renzi, che ha l’indubbio merito di aver aperto le finestre di un ambiente politico-istituzionale ammuffito.

Infatti nella nostra Regione l’esigenza più avvertita è quelle proprio di un riformismo operante finalizzato ad aggredire tutte le posizioni di rendita ed anche coloro che non si identificano nell’attuale maggioranza sentono la necessità di partecipare ad un’azione critica con analisi-elaborazioni-proposte programmatiche alternative che veicolino – però – un messaggio responsabilizzante, ovvero che testimonino la volontà di misurarsi con la complessità dei problemi e della loro soluzione piuttosto che con il bullismo, la retorica ed il sorvolo dei nodi cruciali accumulati proprio in virtù della verbosità demagogica ed inconcludente.

Ritornando (e concludendo) sulla querelle di Toscani, per il veneti non è l’alcolismo il vizio più pericoloso da evitare (che tocca più da vicino invecece territori “autonomi” con il Trentino e la Valle d’Aosta…) bensì l’ubriacatura nei confronti demagoghi politici e protagonisti del tessuto economico-finanziario che sotto la bandiera del localismo e del territorio hanno pervicacemente ostacolato i processi di rinnovamento veicolati dalla concorrenza, il merito, l’apertura, l’integrazione e l’inclusione socialeZonin due

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