STORIA E STORIE DEL PD A NORDEST

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La versione di  Andrea   su “Storia e storie  del  Partito Democratico a Nordest”.

(quello che segue è il testo del commento che ho scritto sul libro di Andrea Colasio, presentato sabato 31 agosto alla Festa provinciale del PD padovano, in un incontro a più voci   al quale ho partecipato)

Quando il legame tra partito e bagaglio identitario è venuto a mancare, i partiti hanno risposto alla caduta di legittimazione con un’accentuazione del loro profilo elettorale mediatico a sostrato organizzativo liquido. La ricostruzione dei partiti è considerata dalle classi dirigenti più avvedute una non più rinviabile necessità del sistema politico dopo gli anni della completa disgregazione di apparati, classi dirigenti, simboli, interessi sociali e credenze. Non basta solo la volontà politica per resuscitare embrioni di partito strutturati, ma senza un salto di cultura politica che abbandoni le scorciatoie rappresentate dalle soluzioni liquide e carismatiche non si procede alla ricucitura di legami organizzativi utili per riavviare le forme oggi ancora possibili di un insediamento di partito.”

Michele Prospero, Il partito politico – Teorie e modelli

 

Non è d’uso, ma in premessa a queste annotazioni  sul libro di Andrea Colasio – VENTO DEL NORDEST. Storia e storie del Partito Democratico -, che esponiamo come un primo commento per introdurre la discussione nel Blog di Storia e Cultura,  mi corre l’obbligo di esprimere un sincero apprezzamento e ringraziamento,  all’autore.

Tutti coloro, me compreso, che hanno partecipato con un ruolo più o meno rilevante; meglio ancora con un briciolo di passione e di militanza (così piaceva auto gratificarsi fino a qualche tempo fa) gli debbono essere grati, almeno per due ragioni:

a)      Si è fatto carico di una ricostruzione storiografica talmente meticolosa dei fatti più rilevanti  della politica veneta  (e non solo) degli ultimi vent’anni, donando ad essi una luce più intensa, tanto  da consentirci  l’aggiornamento di una pigra e parziale memoria,  e di rileggere con rinnovato interesse anche le nostre personali polverose raccolte di documenti e dossier…

b)      Nella scrittura, pur non rinunciando mai al rigore dello studioso, l’interesse del lettore è sollecitato con uno stile da giornalista d’inchiesta , da inviato negli anfratti  di un territorio e di vicende in cui i protagonisti  vengono “estratti”, monitorati  e descritti  restituendo loro uno spessore ed una dignità (associata in molti casi anche agli errori e all’ostinazione con cui sono stati commessi) che nel recente passato sono stati ridimensionati e talvolta distorti, dai resoconti dei media nazionali, mai generosi con le “novità” che hanno costellato  la storia  veneta recente.

I “cammei” dei  numerosi personaggi (omaggiati iconograficamente nella copertina) che hanno calcato la scena di una vita politica straordinariamente intensa, sono intervallati, talvolta assorbiti e travolti, dalla minuziosa trama di  genesi, svolgimento e – in una sorta di predestinazione – declino dei movimenti politici succedutisi all’esaurimento della Prima Repubblica, che in Veneto ha significato il tracollo dell’egemonia democristiana ( dal Movimento dei Sindaci al  Movimento NordEst, dalla  Lega, fino al M5S…).

 

La robustezza dell’impianto di ricerca storica, l’originalità degli strumenti di indagine, la freschezza ed in molti casi l’assoluta novità dei documenti portati alla luce sia dall’archivio personale dell’autore che da fonti pregiate, la stessa scansione della pubblicazione che di fatto è composta di cinque capitoli che costituiscono altrettanti  libri con una loro auto consistenza; ebbene tutto ciò sfugge sia ai canoni  accademici tradizionali (con il corredo di  descrizioni necessariamente  distaccate) sia a quelli editoriali più recenti (con tutto il gioco di effetti, colori, accentuazione di toni per  episodi minori).

Voglio dire con ciò che VENTO DEL NORDEST  è l’opera di un autentico uomo di cultura che ha la fortuna di aver coltivato con sistematica continuità l’attività di ricerca e la raccolta di documenti e testimonianze, e di  possedere   un’inesausta passione civile  tradottasi anche nella scelta coraggiosa di cimentarsi nell’esercizio della rappresentanza politica, sia a livello parlamentare che nella dura pratica dell’amministrazione locale (dove si sta segnalando per la strenua e brillante programmazione dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova).

Con tale background è quindi possibile misurarsi sia con  l’occhiuta (e solitamente  mai benevola) “attenzione” del mondo accademico (nel cui ambito peraltro l’autore ha svolto attività didattica e di ricerca) che fronteggiare  l’atteggiamento  ansioso e talvolta malizioso della vasta platea di colleghi di partito, sottoposti per lungo tempo ad una sorta di “attenzionamento critico”.

Siamo in ogni caso di  fronte ad una pubblicazione di notevole rilievo, in cui Colasio si dimostra capace di padroneggiare, disvelare e domare la complessità di una tela narrativa di cui la mano dell’autore è protesa a volere completare l’ordito, anche ricorrendo ad un corredo di note e rinvii bibliografici impressionante.

Per dirla in termini sbrigativi: mi è capitato di sentire commenti e valutazioni sul testo, da parte di soggetti diversi, ricavandone la convinzione che il lavoro di Colasio “sorprende”  ed è quasi una provocazione  imbarazzante ….

E non certo per il carattere ostico della scrittura, bensì perché esce in un tempo politico  dominato  dalla chiacchiera e dalle piroette, in cui c’è spazio per ogni genere di recitazione a soggetto ed autoreferenzialità di cui la clamorosa entrata in scena  dell’ex  comico Grillo  è la manifestazione più rutilante, ma non la più sorprendente di un ventennio che sarà ricordato nei libri di storia per l’esasperazione del linguaggio e della  personalizzazione.

STORIA E STORIE DEL PARTITO DEMOCRATICO, invece, impone un grado di riflessività, di attenzione e rispetto della concatenazione dei fatti esposti,  che determina lo sbriciolamento dei pregiudizi, il superamento di schematismi interpretativi (adottati da alcuni storici  di chiara fama nell’affrontare la storia politica veneta) e dell’approccio sociologico grossolano  e  superficiale di quanti si sono soffermati   sulla fenomenologia degli eventi senza scrutarne la matrice antropologico-culturale più profonda.

Possiamo dire che l’autore, in modo molto elegante, motivando la sua impostazione metodologica come quella di un “osservatore partecipante”, ha sapientemente mascherato l’obiettivo di voler offrire un’autentica “lezione”, in particolare  alla nutrita schiera di professionisti  della politica che nel corso di un ventennio hanno attraversato i processi di riorganizzazione, ristrutturazione, divisione e ricomposizione di quell’articolata realtà che siamo soliti identificare con il Centrosinistra, possiamo dirlo?, un po’ a tentoni!

Parlo di “lezione politica” in un’accezione  insolita: non si tratta  di quella assimilabile agli articoli che siamo abituati (con diversi gradi  di accettabilità) a leggere negli editoriali del quotidiano più familiare,  né di quella autoriale di “professionisti” (siano essi docenti universitari o  politici con un “cospicuo” passato sulle spalle – più o meno autorevole -) a cui ci affidiamo per discernere le convulse dinamiche del quadro politico italiano che abbiamo vissuto negli ultimi lustri:  ognuno di noi  con un certo grado di disagio!

Si tratta, invece, di una stringente ricostruzione storiografica che fa ricorso non solo alla illustrazione di una trama con le sequenze e le correlazioni  che ne costituiscono   gli elementi della continuità e discontinuità; essa  fornisce  contestualmente una ricchissima mappa di  documenti e strumenti interpretativi che consentono al lettore di operare una valutazione critica ed anche la possibilità di riavvolgere i fotogrammi delle vicende narrate, secondo un canovaccio personale. Sempre rispettando però  e facendo i conti con la realtà degli episodi, dei copiosi dati statistici e della documentazione : dai verbali congressuali  alle indagini longitudinali sui militanti di partito, dalle interviste ai risultati delle ricerche sull’identità e sui  modelli culturali che nel tempo hanno caratterizzato i movimenti politici esaminati.

A partire da queste considerazioni preliminari, ci si prospetta  un intero quaderno denso di rilievi e giudizi sui  passaggi storico politici descritti con limpidezza e dovizia di particolari; in molti casi ci siamo sentiti  sollecitati ad esprimere un  commento sarcastico ed in altri  di sdegno di fronte a episodi in cui gli atteggiamenti e comportamenti dei protagonisti evidenziano limiti, calcoli opportunistici, narcisismi, incoerenze ed errori grossolani.

Le pagine da sfogliare, che in particolare ci hanno incuriosito e convinto per l’efficacia narrativa e per le argomentazioni illustrate, sono davvero troppe per darne conto in un commento necessariamente  riassuntivo. Ragion per cui  le enumeriamo attraverso una titolazione arbitraria ed attingendo  temi, dilemmi e personaggi dal testo,  allo scopo di esprimere un primo  commento sintetico, preparatorio di una valutazione critica più ampia ed approfondita.

 

  1. Fenomenologia  Bindi. Il libro prende le mosse dalla “morte della DC” e non poteva essere diversamente, atteso che – anche alla luce della recentissima vicenda governativa – si può notare che dal vecchio tronco democristiano sono spuntati molti “virgulti” e progetti,  Colasio affronta la spinosa questione inoltrandosi con leggerezza nelle tortuose e sofferte  dinamiche, riportando però in luce frangenti che consentono di esprimere qualche valutazione:

–           emerge in tuta la sua potenza devastante per i  traballanti assetti politici del Veneto la funzione del “commissario toscano” che, in forza di un  moralismo usato come arma di sterminio,  ne ricava indubbi  vantaggi per l’affermazione di un disegno politico personale con il duplice effetto di acquisire una visibilità sul piano nazionale e di provocare (inconsapevole o meno) un insuccesso  annunciato per il Partito Popolare, impegnato nella competizione con l’insorgente e virulento movimento leghista che si trova spalancate le porte del consenso tra quei “diecimila amministratori locali” di cui invano il Segretario regionale Bruno Oboe ha cercato di difendere l’onorabilità proponendo di evitare la s-comunicazione bindiana nei confronti della base democristiana (destinata così inevitabilmente a  trovare successivamente casa nella Lega – appunto – e nella futura Forza Italia.

–          La vicenda significativa della mancata candidatura della Anselmi a Presidente della Regione rasenta l’inverosimile,  ma è potuto realmente accadere che una delle poche figure “intonse” del Pantheon democristiano veneto sia stata subdolamente sacrificata sull’altare del tatticismo della nostra eroina moralizzatrice.

–          Ed è sicuramente da ascrivere all’approccio moralistico e minoritario (tipico, va ricordato,  della vecchia componente morotea  veneta) l’effetto di snaturamento del ruolo della rappresentanza politica determinatosi con la scelta,  rivelatasi spiazzante  del Partito Popolare: ritroviamo infatti nella cronaca convulsa degli anni ’93-’94 l’inascoltato appello di Fracanzani  – anziano, ma perspicace leader  – ad adottare la necessaria strategia di rinnovamento, osservando però  ed interpretando realisticamente i fermenti e le domande sociali della società veneta, alla ricerca di nuove indicazioni politiche con cui affrontare la crisi incombente ed  il cui disagio si sarebbe tradotto in consenso alle sgangherate, ma concrete e vincenti  proposte leghiste…

 

  1. Il sogno federalista. E mentre la Liga Veneta si afferma e, entrata nell’alveo del progetto bossiano, diventa forza di governo sia a livello regionale che nazionale, le residue forze ex democristiane, alleate con altri segmenti politico-culturali di centro e di sinistra, iniziano una lunga attraversata alla ricerca di una nuova identità forte: le note che l’autore dedica sono generose, ricche di fotogrammi che segnalano le molte sconfitte, ma anche le intuizioni ed illuminazioni che costituiranno parte fondamentale del bagaglio culturale e programmatico con cui potranno prendere vita ed acquistare un respiro vincente i progetti nazionali, dell’Ulivo dapprima e del Partito Democratico successivamente. Colasio scruta e passa in rassegna tutti i passaggi-chiave, regalandoci una mappa cognitiva con cui è possibile valutarli criticamente ed ipotizzare diacronicamente i diversi scenari che le risorse di consenso e progettuali messe in campo non solo sarebbero stati possibili, ma soprattutto sono tuttora prefigurabili. Perché il bello della sua prosa è che dà ai fatti ed alle idee plasticità e la loro concretizzazione storica è sempre correlata all’intelligenza politica che viene investita nella progettualità. Ciò significa altresì che la mente dell’autore, scevra com’è da pregiudizi ed “ingombrata” solo dalla genuina passione per la ricerca, ci aiuta a comprendere che i processi storici non sono predeterminati e le idee ed i valori forti si possono misurare con le insidie del tempo e riemergere ogniqualvolta  incontrano volontà ferree e gruppi sociali determinati a dispiegarne il significato e le potenzialità realizzative.

Emergono così movimenti di breve e di lungo termine, tentativi abortiti ed altri  che vengono premiati,  “primedonne” alla ricerca di visibilità e protagonisti che invece lasciano un segno ed una testimonianza duratura (una su tutte: Giorgio Lago): dai Sindaci del Nordest arriva la spinta per i provvedimenti Bassanini,  ma anche manifesti politico-culturali , “caroselli e duelli” (davvero gustosi quelli interpretati da Mario Carraro e Massimo Cacciari)  che creano mobilitazione, ma non mordono il consenso e non oscurano l’epopea leghista. Di fronte a cotanto investimento di energie intellettuali ed entusiasmo, a fine capitolo ci si chiede dubbiosi anche cosa si è sedimentato nella cultura politica, ma sovviene anche il pensiero che il vittorioso progetto ulivista ha trovato la sua genesi ed una base solida nel triangolo nordestino (comprendendovi Bologna). Ed ancora: nel mainstreaming che ha coinvolto nel tempo vari attori e soggetti politici (MNE, Partito Popolare, insieme per il Veneto, Margherita…) , ritroviamo issue e modelli organizzativi che costituiscono la matrice fondamentale del Progetto nazionale del Partito Democratico: dalla persistente pulsione federalista, alla vocazione per le primarie nella selezione dei rappresentanti; ma soprattutto la sperimentazione e la predisposizione al superamento dei confini culturali originari dei protagonisti chiamati ad inverare un inedito movimento politico. E non è poco se si pensa che il convitato-azionista del nuovo Partito in gestazione è il rappresentante (di ciò che resta in Italia) del più grande tra i Partiti  comunisti a livello europeo. Non è casuale quindi che Colasio si dedichi con particolare accanimento storiografico a ricostruire le “Metamorfosi dell’identità PCI/PDS/DS”…

Va aggiunto infine che merito dell’autore è di tuffarsi con coraggio nell’enorme bacino sotterraneo dell’antropologia culturale  del cattolicesimo democratico veneto e di estrarne gli elementi (sogni, disillusioni, ecc.) che hanno attraversato le generazioni senza perdere vitalità e conservando un loro fascino (si pensi alla ipotesi vagheggiata vent’anni fa dal veronese  Olivi della costituzione della CSU, ora ripresa –furbescamente e senza il fascino e tanto meno la credibilità  dell’ipotesi originaria – dal Sindaco leghista  Tosi…).

 

  1. Il viaggio infinito degli ex comunisti. Il capitolo dedicato alle “metamorfosi” è, sicuramente, quello che impressiona maggiormente; come al solito la documentazione è originale, approfondita, in molti casi esclusiva,  e ci da modo si seguire fotogramma per fotogramma (senza autocensure dei protagonisti della straordinaria vicenda storica del comunismo  italiano ) la profonda trasformazione  di un Partito la cui matrice ideologica ha continuato ad esercitare un peso ed un ostacolo ingombranti sia all’interno di una struttura sociale ed organizzativa costantemente in tensione, sia nell’ambito del sistema di relazioni politico-istituzionali che lo  hanno condotto  a diventare socio fondatore del PD.  Va ricordato che tale approdo è giunto dopo un sofferto percorso   la cui indagine storiografica permette di leggere  la molteplicità di sfaccettature (scissioni, fratture e conflitti) ed in particolare il “negativo della foto” ovvero l’identificazione di quelle frange (da SEL ai Comunisti Italiani, fino  ai… simpatizzanti M5S!) che non solo si sono sottratti al progetto PD, ma tuttora costituiscono una spina al suo fianco…

Lo sguardo indagatore ed in modo speciale le ricerche sul campo, tracciano i profili sociali e le identità  dei militanti, fotografa con eleganza, ma senza sconti, la realtà di un partito il cui impianto ideologico leninista (connotato di lunga durata) gli consente un insediamento molto parziale, territorialmente delimitato  e lo rende un soggetto politico con difficoltà a radicarsi  in un ambiente sociale impregnato della subcultura cattolica.  In tale contesto socio-culturale, sono messe  a nudo le incoerenze di leader e intellettuali  cimentatisi con fatica a promuovere, difendere e – in pochi casi  – contestare le ragioni del partito;  ma   la ricostruzione obiettiva dei fatti  è anche in grado di rivelarne la vitalità e la capacità di non farsi travolgere dalle trasformazioni seguite all’89, conservando importanti segmenti di rappresentatività in particolare a livello amministrativo (si pensi al caso Padova con la ripetuta affermazione di un Sindaco – Flavio Zanonato – erede legittimo ed orgoglioso alfiere della tradizione comunista). Ne è una conferma (della vitalità) la fresca nomina a Ministro – in rappresentanza “coerente” della componente bersaniano-emiliana del partito – dello stesso Zanonato, al quale si pensa anche come futuro leader regionale….

 

  1. Un gioco ripetitivo. Il capitolo dedicato al Partito Democratico,  trattandosi di una vicenda dei nostri giorni, ha le caratteristiche della cronaca giornalistica, ma l’intensità e la ripetitività delle sequenze con cui ne viene descritta la tormentata genesi ed ancor pù perigliosa navigazione fino ai fatti più recenti,  anche se non si manifesta  in una forma di tesi esplicita, ci suggeriscono però l’immagine di un edificio in costante costruzione.  Con una  struttura la cui solidità risulta  particolarmente problematica non solo per un difetto di progettazione (anzi, per la compresenza di una pluralità di progettisti con diverse impostazioni..), ma anche perché nel cantiere si possono notare diverse squadre al lavoro con strumenti ed obiettivi divergenti. Fuor di metafora: senza ripercorrere le tappe fondative, con la intensa problematicità – per es. – della “parabola” veltroniana,  basta ri-leggere la citazione del documento dei “giovani turchi” (il gruppo di giovani dirigenti che hanno accompagnato Bersani nella sua dis-avventura alla guida del Partito) che sbertucciano la concezione di un partito contaminato dalla “cultura americana”. E’ in ordine di tempo, il  penultimo segnale di contraddizioni ed aporie che hanno minato e sono tuttora all’origine del mancato decollo e della piena affermazione del PD.  L’elenco sarebbe troppo lungo ed anche ingeneroso: oltretutto bastano alla bisogna le cronache tumultuose e – per chi non avesse letto il libro di Colasio – sorprendenti. L’essenza è racchiusa in una frase dell’autore, sempre elegante, ma perentorio: ”…per il PD, in realtà, le inerzialità organizzative e le persistenze culturali avrebbero spesso fatto aggio rispetto all’auto-rappresentazione del suo gruppo dirigente. Il PD sarebbe stato costruito con i materiali  che erano a disposizione nel cantiere; ovvero risorse organizzative e patrimoni identitari e culturali  che, lungi dall’essere “sciolti” ed “amalgamati”, si erano trovati, nella fase di avvio, a costituire i mattoni con cui l’edificio avrebbe preso forma….(lasciando) irrisolto il problema dell’identità simbolica della nuova organizzazione”.

Aggiungiamo noi che uno dei pochi leader consapevoli di tale stato l delle cose ed impegnato a dare maggiore densità e coesione ad un Partito “in crisi di nervi” si è rivelato Massimo D’Alema che nel suo recentissimo libro (CONTRO CORRENTE. Intervista sulla sinistra al tempo dell’antipolitica) cerca di affrontare gli interrogativi  testè sollevati, attraverso un bilancio critico degli ultimi vent’anni di storia politica nazionale. Ma con questo si apre un capitolo che affronteremo in un’altra occasione….

Va infine osservato che l’angolo visuale scelto da Colasio, ovvero il Nordest, lo ha  portato   a dover dar conto di  un ulteriore  aggrovigliamento  ulteriormente della matassa di un Partito Democratico, desiderato e concepito con una forte impronta federalista.

La matrice di tale progettualità è esaminata con una ricognizione puntigliosa, a partire dagli esordi del Partito Popolare veneto,  e giunge fino alle pagine conclusive con la citazione di un articolo di Romano Prodi che, ai nostri occhi, risulta paradossale, laddove si immagina una struttura del PD integralmente federale.  Non risulta particolarmente malizioso ipotizzare che tale suggestione organizzativa rappresentasse una strategia  per giungere all’ esautoramento  del vertice nazionale di tutta la vecchia e tradizionale nomenclatura che l’ex Presidente del Consiglio riteneva la causa del suo insuccesso alla guida del Governo (potremo definirla la “via federalista alla rottamazione”!).

Prodi quando scriveva quell’articolo (Il Gazzettino 11 aprile 2010) non poteva immaginare che parte di quella nomenclatura gli avrebbe ripetuto lo sgambetto facendogli mancare i voti per l’elezione alla Presidenza della Repubblica…

Ma ritornando sul punto dell’Osservatorio veneto: la debolezza (aggiuntiva) che emerge dalla descrizione dell’impostazione del PD locale è quella di non aver saputo fare realmente i conti con le regole del gioco politico-istituzionale nazionale e con la radicalità della crisi in corso, ovvero con la necessità di dare un contributo di elaborazione e proposta più cogenti sia sul riassetto  ed efficientamento del  Sistema che sulle scelte praticabili di risanamento finanziario e consolidamento dei fattori reali di miglioramento della capacità competitiva.

Concordiamo quindi con le considerazioni conclusive di Colasio  che risultano stavolta severe e senza appello: “Quanto al partito federale dei veneti, questo, più che configurarsi come un’utopia, sembra assumere connotazioni “distopiche” e il suo profilo si staglia sullo sfondo, lontano, molto lontano, con i suoi contorni che paiono sempre più sfumati, indeterminati, quasi evanescenti”.

Sembra quasi un epitaffio, ma noi crediamo che debba  essere colto come un messaggio, una sollecitazione forte ad operare un reset nella memoria della storia recente e, a partire dalla suggestiva ed attendibile ricostruzione del libro, aprire una più autentica riflessione critica sulle ragioni ed i fondamenti culturali  che possano garantire una prospettiva al Centrosinistra come forza di governo locale e nazionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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