EMPLEKO – ECOSISTEMA DELLA CONOSCENZA (3)

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Misurarsi  con le criticità del sistema industriale italiano significa innanzitutto  conoscerne la morfologia produttiva ed organizzativa; nel  momento in cui il dibattito pubblico è focalizzato nella difficile ricerca di policies adeguate a favorire l’uscita del Paese dalla perdurante recessione, abbiamo l’opportunità di correlarle ad una mappa conoscitiva aggiornata e puntuale. Il 9° Censimento generale ISTAT  dell’Industria e dei Servizi, presentato a Milano il 28.11.2013, mette a disposizione informazioni  che  fanno piena luce sulla realtà delle imprese italiane, con riferimento sia ad aspetti quantitativi  sia a fenomeni riguardanti l’organizzazione, le strategie, i mercati, l’innovazione, l’internazionalizzazione. Una prima chiave di lettura  dello stato dell’arte  è data dall’indagine sull’accesso e  l’uso delle ICTs , che mostra un quadro relativamente deludente (confermando le rilevazioni, più mirate e focalizzate sul piano territoriale,  realizzate dall’Osservatorio della Confindustria Servizi Innovativi del Veneto. Una seconda chiave interpretativa, è quella relativa alla spesa media in ricerca e sviluppo per impresa industriale: 35.000 euro in Finlandia, 32.000 nel Regno Unito, 25.000 in Francia e (solo) 4.000 in Italia sono cifre per così dire autoesplicative! E’ però indispensabile associarle (per comprenderne la miseria) ai  dati del censimento  che fotografano, in primo luogo, con precisione,  i mutamenti strutturali dell’apparato produttivo tra il 2001 e il 2011; il quadro che emerge mostra che il sistema delle imprese italiane ha mantenuto una connotazione fortemente incentrata sulla piccola dimensione aziendale: nel 2011 sono risultate  attive circa 4,4 milioni di imprese, con 16,4 milioni di addetti, registrando – rispetto al 2001 –  un aumento di 340mila imprese (+8,4%) e di circa 700mila addetti (+4,5%). Ma la conferma  del  “nanismo”  non deve indurre a facili e scontate conclusioni: infatti, dalla superficiale uniformità statistica, il Censimento ha consentito di estrarre – attraverso l’analisi multivariata – una sintesi con l’ identificazione di  cinque raggruppamenti di Imprese: a) il gruppo quantitativamente più rilevante (le imprese “conservatrici”) include quasi il 64% delle imprese (670mila unità, con un’occupazione di quasi 6 milioni di addetti); b) Il secondo gruppo (le imprese “dinamiche tascabili”) comprende poco meno del 20% delle imprese (circa205mila unità, con 2,6 milioni di addetti), con un profilo settoriale simile a quello medio e una dimensione di poco inferiore ai 13 addetti; c) Il terzo (le imprese “aperte”), conta 75mila unità, assorbe 1,7 milioni di addetti e registra una dimensione media di 22,9 addetti. Questo gruppo è caratterizzato settorialmente da una presenza piuttosto elevata d’imprese industriali (il 42,7%); d) Il quarto raggruppamento (le imprese “innovative”) conta 74mila imprese, che impiegano 1,5 milioni di addetti e mostrano una dimensione media di 19,8 addetti per impresa. Esse presentano un profilo settoriale abbastanza simile a quello medio e sono connotate soprattutto dalla dominanza di comportamenti innovativi; e) Infine, il quinto (le imprese “internazionalizzate spinte”) include solo il 2,6% delle imprese (27mila unità, che impiegano 1,1 milioni di addetti), per una dimensione media di 39,5 addetti. Complessivamente, quindi, emerge un quadro di  profili d’impresa notevolmente eterogenei  che comportano la necessità di adottare strategie ben mirate: esiste infatti, da un lato,  un elevato potenziale di crescita e competitività alla portata di una molteplicità di  imprese, anche  di piccole dimensioni in molti  settori ed aree territoriali ; dall’altro  un’area di conservazione e comportamenti difensivi risulta  molto estesa, che coinvolge anche ampi segmenti di imprese di medie e grandi dimensioni. Diventa quindi decisiva l’individuazione delle strutture produttive preparate al salto di qualità ed a cui guarda  EMPLEKO.

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