D’ALEMA INCOMPRESO?

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D’ALEMA INCOMPRESO? Gli annunci d’addio sono sempre tristi, soprattutto se giungono dopo 42 anni di matrimonio; nel caso di cui parliamo si tratta di un rapporto di fedeltà politica, interrotto unilateralmente da Letterio Turiaco che dopo una militanza storica iniziata nel PCI (1971), proseguita nel PDS, nei DS, fino al PD, ha annunciato : “Non voglio più essere iscritto al Partito Democratico perché i dirigenti attuali hanno tradito i miei ideali di uguaglianza, di giustizia sociale e di democrazia”. La motivazione naturalmente è da manuale (nell’attuale temperie PD),ovvero: “i dirigenti  padovani hanno sposato l’ideologia conservatrice del partito di Silvio Berlusconi, tradendo l’impegno assunto – mai governassimo a fianco del PDL –“. Si tratta di una notizia di cronaca locale (Il Mattino di Padova, 30 aprile 2013) che non troverà udienza nella tribolata agenda nazionale del PD, eppure…  una domanda mi sorge spontanea.  M i è capitato di leggere con particolare interesse ed attenzione il recente libro in cui Massimo D’Alema, intervistato con rara competenza e professionalità da Peppino Caldarola (Controcorrente, Editori Laterza), traccia un bilancio storico-personale di una sinistra “controcorrente”, liberata dai fardelli del passato e orientata ad assumere un profilo europeo, all’interno di un PD in cui “bisogna riparlare dei contenuti e dei valori di una forza di centrosinistra” (Corriere della sera, 1 maggio 2013). Ebbene, depurata dalla mia benevola predisposizione, emerge nel’intervista  non solo la dimensione di statista, ma soprattutto la  volontà di proporsi come traghettatore e garante (rispetto alla base ex comunista del PD)delle scelte strategiche di un Partito che deve liberarsi di vecchie mitologie e moralismi, di una persistente vocazione a rappresentare il Bene contro il Male (leggi Berlusconi), ad essere attratto dagli ideologismi del secolo scorso, strenuamente combattuti da un leader, D’Alema, impegnato in una sorta di educazione al pragmatismo riformista, alla lungimiranza, alla polemica dura mai intrisa però di demonizzazione degli avversari.

E allora ritorno alla domanda: perché un militante della “vecchia guardia”, con alle spalle una lunga esperienza di amministratore (training fondamentale per  depurare  dogmatismi e scorie ideologiche e rafforzare identità personale ), dopo 42 anni stacca la spina proprio nel momento in cui il Partito dovrebbe essere sostenuto e difeso all’interno della “coalizione forzata” con il PDL?

Credo che sarebbe interessante un confronto – verità tra le ragioni e disillusioni di un iscritto di lungo scorso e le convinzioni e suggestioni di un dirigente sicuramente ancora determinante per il futuro del PD….

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