Ernesto Galli Della Loggia ed il Partito che non c’è

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 Della LoggiaQuando l’editorialista del Corriere della Sera ti prende di mira, l’analisi e gli argomenti con cui costruisce l’articolo vanno presi molto sul serio; non solo per la competenza storiografica che gli consente di sostenere la propria tesi, ma in particolare perché nei suoi testi traspare sempre una tensione etica ed il proposito di alimentare la coscienza civica del Paese, evidenziarne le debolezze strutturali ed evitare l’approccio benevolo e conformista nelle prognosi (tendenzialmente infauste).

Il suo ultimo intervento (Il paradosso di Renzi, leader senza partito, mercoledì 21 ottobre)   mi ha sorpreso perché, paradossalmente, ha confermato – con un ragionamento che è una sorta di controprova – quanto da me sostenuto sui sessantenni polemici “a prescindere” nei confronti del presidente del Consiglio.

Quando egli sostiene che “Nell’Italia di oggi esiste Renzi ma un PD renziano, un PD diciamo così modellato e ispirato dalle idee del Presidente del Consiglio, non si vede proprio”, fotografa realisticamente la situazione di un leader che si trova a fronteggiare diffuse ostilità, senza poter contare su un tradizionale apparato di sostegno e diffusione della strategia riformista imboccata dal suo Governo.

Premesso che lo stesso Renzi non sembra farsene un grande cruccio, bisogna precisare e “correggere” parzialmente il professore Galli Della Loggia: i presupposti da cui muove le sue valutazioni, sono incardinati in una conoscenza e lettura della fenomenologia partitica un po’ datata; c’è una sorta di   diacronia per cui il giudizio sulla realtà interpreta il presente con le categorie utilizzate per il più recente passato.

Mi spiego meglio: pur rappresentando il Partito Democratico una corposa eredità del passato (avendo ereditato quella parte di ceto politico della Prima Repubblica sopravvissuto alle autentiche epurazioni determinate dall’azione della Magistratura), esso è diventato – soprattutto nella fase più recente dell’affermazione di Renzi – una realtà più complessa, polimorfa e magmatica.

Oggi vi convivono identità, progettualità, adesioni, molteplici; ragion per cui il volto e l’opinione dei suoi rappresentanti in quella periferia descritta come “un insieme di feudi più o meno grandi in mano a capi locali virtualmente autonomi, di centri di potere di fatto indipendenti, di coalizioni decise ogni volta sul posto”, in effetti sono espressione solo di un pezzo del consenso e/o dissenso su cui il Segretario può contare.

Ciò che sfugge all’editorialista così come a molti politologi (e ad una buona parte dell’apparato che si coagula nella opposizione interna al Partito), è che sono profondamente mutate le condizioni generali delle forme di aggregazione politica e che è avvenuto un mutamento radicale perché “le tecnologie della comunicazione hanno profondamente modificato alcune delle ragioni che erano alla base della nascita e dello sviluppo dei partiti di massa” (Paolo Mancini, Il Post Partito).

Si tratta di un fattore determinante, sottovalutato anche nella pur preziosa escursione-sondaggio realizzato da Fabrizio Barca nel corpaccione composito del Partito Democratico in tutto il Paese (vedi in: http://www.fabriziobarca.it/viaggioinitalia/un-partito-nuovo-per-un-buon-governo-fabrizio-barca/in-sintesi/ ) .

Più perspicace nel comprendere i cambiamenti profondi intervenuti si è dimostrato Carlo De Benedetti in una illuminante intervista rilasciata qualche giorno al direttore de Il Foglio:

Più osservo i cambiamenti della storia recente e più mi rendo conto che spesso si ragiona sulla trasformazione del nostro mondo senza cogliere un punto cruciale. Negli ultimi anni la metamorfosi radicale che vi è stata nel rapporto tra individuo e tecnologia ha portato a una rivoluzione culturale invisibile eppure evidente. E questa trasformazione ha fatto sì che, nella dicotomia tra ideale e interesse, oggi è l’interesse a trainare tanto la società quanto la politica. Chi non mette a fuoco questo concetto fa fatica a capire come sta cambiando il mondo. E non mi stupisce che le forze politiche che si trovano in maggiore difficoltà sono oggi quelle aggrappate a una vecchia e generica idea di sinistra: forze che per troppo tempo si sono preoccupate non della trasformazione del mondo moderno bensì dell’utopistico trasferimento di un ideale all’interno della società”.

http://www.ilfoglio.it/politica/2015/09/18/renzi-pd-che-cos-e-una-sinistra-senza-ideali-intervista-de-benedetti___1-v-132871-rubriche_c315.htm

Ma qui ci proponiamo solo di gettare uno sguardo sullo stato di salute e sull’atteggiamento del Partito veneto, nel quale la recente debacle elettorale e la conseguente decisione di indire il Congresso, ha reso tutto più complicato e difficile.

Ciò nonostante il Segretario regionale Roger De Menech, alla luce della positiva accoglienza ricevuta da Matteo Renzi nella sua recente visita in Veneto (Verona, Treviso, Venezia), ha manifestato ottimismo sostenendo che la “società venetà ha compreso il messaggio lanciato dal Presidente del Consiglio”.

Il fatto è che questa “sintonia” tra territorio e leadership nazionale dovrebbe trovare degli interpreti e propugnatori preparati e coerenti proprio nel Gruppo Dirigente del Partito Democratico locale; ma i veneti (soprattutto quelli del 41 % alle europee) non ne trovano molti riscontri.

Nel caso infatti volessero documentarsi, rimarrebbero sorpresi: dai parlamentari (veneti) che si appassionano nel ruolo di oppositori alle decisioni del Governo, dai consiglieri regionali (veneti) che si rifiutano di “fare il megafono” o che giudicano l’azione di Governo intrisa di “troppa comunicazione e poca riflessione”, da molta parte degli amministratori locali che manifesta sofferenza e difficoltà nel maneggiare i processi di innovazione amministrativa ed organizzativa,   che costituiscono il mantra dei Provvedimenti più importanti ed impegnativi assunti dal Governo in materia di Riforma PA, abolizione dell Province, spending review e razionalizzazione della spesa sanitaria….

Si potrebbe continuare con gli esempi di ordinarie storie di “separati in casa”…

D’altronde, che il Partito Democratico, particolarmente in Veneto, rappresenti una storia di difficile composizione di una molteplicità di sensibilità e visioni è ben documentato; rinvio per questo alla mia recensione del libro che l’ha affrontata in modo esmplarmente esaustivo (Andrea ColasioVento del Nordest. Storia e storie del Partito Democratico):

http://storiaecultura.ning.com/profiles/blogs/la-versione-di-andrea-su-storia-e-storie-del-partito-democratico

Eppure le ragioni per un sussulto che consenta di superare una persistente precarietà del rapporto periferia-centro e di imboccare la via di una efficace sintesi tra la rappresentanza degli interessi territoriali e la coerenza nel sostegno alla governance (riformista) nazionale sono ineludibili; e dovrebbero costituire il terreno di confronto, elaborazione programmatica e rigenerazione organizzativa condiviso da tutti coloro che, pur riconoscendosi nella funzione positiva della leadership renziana, sono consapevoli che, per riprendere le conclusioni del citato articolo di Galli Della Loggia “senza un partito alle spalle il suo retroterra è destinato a restare perennemente sguarnito. Presidiato da successi elettorali forse anche importanti, ma di scarsa utilità quando si tratta di pensare le cose da fare, come farle, con chi farle”.

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