Il mood della Leopolda e della Piazza (1)

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Un paio di premesse: 1) potendolo, avrei partecipato volentieri alla kermesse fiorentina; 2) nel mio curriculum uno “skill” che mi riconosco è rappresentato da una certa competenza professionale nella rottamazione degli ideologismi e pregiudizi  degli ex colleghi della CGIL,  esercitata nel “secolo scorso” attraverso una serrata e leale competizione, da cislino,  nell’ambito di quello che fu il dignitoso sindacato unitario CGIL CISL UIL.

Mi considero quindi un osservatore partecipe ed appassionato degli eventi , separati e contrapposti, andati in scena alla Leopolda ed in Piazza San Giovanni, perché cerco di scorgervi gli elementi  utili all’aggiornamento dell’agenda sociale e politico-culturale del Paese.

Ritengo che sia prioritariamente essenziale sottrarsi  alle cronache giornalistiche,  prevalentemente tese ad esasperare e “tribalizzare” le tensioni tutte interne al PD; più utile invece concentrarsi nella lettura,  da un lato, della tipologia dei partecipanti e, dall’altro, delle issues,  attese e  speranze che  sono emerse nelle due manifestazioni. Se i “cento tavoli” sono stati  imbanditi per sprigionare un pensiero creativo, il corteso di protesta è diventato una cerimonia liturgica con salmi e litanie rievocative della memoria, irrimediabilmente  spappolata dalla crisi. Da una parte l’energia ed il fervore di  generazioni che si propongono di affrontare con idee e procedure innovative le sfide del cambiamento, dall’altra un popolo frustrato  che rappresenta sofferenze reali e domande sociali legittime, ma esprime  anche disorientamento e slogan demagogici,  indotti  da un ceto professionale  “vintage” (copyright Rondolino): sindacalisti e politici politicanti del tutto incapaci di comprendere e praticare una strategia rivendicativa realistica ed efficace nel contesto di una trasformazione economica ed istituzionale epocale. Si tratta di una variopinta nomenclatura verbosa da talk show (dalla leziosità inconcludenti dei Vendola e dei Civati alle urla sconclusionate di Landini),  impegnata a salvaguardare la propria collocazione nell’ambito di una sinistra immaginaria, ma  incapace di aggiornare analisi, strumenti e programmi realmente popolari.

La tensione e l’apparente incomunicabilità emerse in questi giorni, costituiscono un problema che non attraversa solo il PD; è l’intero Paese che richiede che siano superate le crescenti distanze tra i protagonisti della governance ed soggetti sociali e politici che si candidano a rappresentare il disagio sociale; in mezzo ci sono le  asimmetrie tra i le giuste  terapie del risanamento finanziario e le procedure necessarie  per alimentare il dialogo e la riflessione, tra la rapidità dei processi decisionali  e la tempestività e trasparenza dei numeri e degli effetti che con essi si vogliono ottenere. Può  sembrare paradossale, ma il “metodo Leopolda” andrebbe moltiplicato (recuperando un vecchio slogan) per 10-100-1.000 volte! Le elaborazioni fiorentine costituiscono infatti appunti e suggerimenti che hanno bisogno di essere approfonditi e declinati nei diversi contesti  territoriali, da nord a sud:  sul piano metodologico  sottoponendoli   al vaglio di platee molto più vaste e rappresentative a partire dagli organismi e dalle strutture organizzative del PD, il  Partito che ricopre la responsabilità più cospicua nelle scelte di Governo del Paese; sul piano sostanziale perché il fervore e la progettualità rivolta al futuro osservati alla Leopolda, debbono  trovare il modo di contaminare il “popolo della protesta” per sottrarlo alla deriva protestataria  ed orientarlo ad un confronto e ad una discussione più consapevoli delle reali poste in gioco, ovvero che l’ipotesi dello sciopero generale tradisce e compromette prima di tutto gli interessi del mondo del lavoro.

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