Le fratture della lunga durata

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Jacques Le Goff (1924-2014), Jean-Pierre Vernant (1914-2007)

Il dialogo tra il medievista e l’antichista, registrato in un colloquio radiofonico nel 2004. Tra i temi la tragedia greca e il suo declino nel medioevo, il lavoro e l’identità europea

Massimo Firpo – Il Sole 24 Ore 18 ottobreLe Goff Vernant

 

Nati a dieci anni di distanza l’uno dall’altro, rispettivamente nel 1914 e nel 1924, Jean-Pierre Vernant e Jacques Le Goff, entrambi ormai scomparsi, sono stati tra i massimi storici della loro generazione, e non solo in ambito francese, noti anche al grande pubblico grazie alla loro capacità di rivolgersi ad esso con opere di impianto non accademico. Storico, studioso delle religioni antiche, antropologo, autore di numerosissime opere, Vernant ha incentrato le sue ricerche sul pensiero greco, sulla tragedia, sul passaggio tra mito e ragione come premessa della nascita della polis e della democrazia, mentre Le Goff è stato un medievista di fama mondiale, anch’egli autore prolifico e capace di spaziare su temi molto diversi, dal ruolo degli intellettuali alle origini della dottrina del purgatorio, dalla biografia di san Luigi al sostituirsi del tempo del mercante (l’orologio) a quello della Chiesa (le campane), dai banchieri e usurai a san Francesco, da opere di sintesi a scritti di metodo storico. Due grandi studiosi, di cui questo libriccino ripropone un vivace colloquio radiofonico del 2004.

Prospettive in parte diverse, quelle di Le Goff e Vernant, variamente segnate dal confronto tra la storia e le altre scienze sociali, storia delle religioni e sociologia, antropologia ed economia, e dal dialogo critico con maestri illustri quali Fernand Braudel e Maurice Lombard per Le Goff, Louis Gernet e Ignace Mayerson per Vernant, Georges Dumézil e Claude Levi-Strauss per entrambi, ma accomunate dall’essere state al cuore della straordinaria esperienza storiografica delle «Annales», la celebre rivista fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre, volta a rinnovare profondamente temi e metodi della ricerca ponendo al centro delle indagini non più una storia politica e diplomatica tutta evénémentielle o una storia della cultura come mera storia delle idee ancora egemoni alla Sorbona, ma la storia sociale, le lunghe durate, le strutture, lo sguardo dal basso, l’incrocio tra discipline diverse. Quando «ci mettemmo a leggerle […] fu un incantamento, poiché ci apriva orizzonti straordinari», afferma Le Goff nell’evocare quel vero e proprio paradigma storiografico destinato a segnare mezzo secolo e oltre di egemonia della scuola storica francese. Di essa tanto lui quanto Vernant sono stati esponenti illustri, anche se da punti di vista diversi, nutriti della loro diversa esperienza umana e intellettuale – maestri, incontri, letture, interessi – e maturata nelle loro ricerche sul campo. Non stupisce affatto che entrambi ne parlino con giusto orgoglio, mentre rimane più sbrigativa e sfocata la loro riflessione sulla crisi di quel modello, come del resto era prevedibile da parte di uomini ormai anziani, più propensi a discutere del passato che del futuro e del resto chiamati a parlare anzitutto di sé.

Non a caso, le pagine più interessanti di questo dialogo tra due grandi vecchi sono quelli in cui si affrontano temi comuni, come per esempio laddove Le Goff, dopo aver ascoltato le parole di Vernant sulla tragedia, ne sottolinea la sostanziale scomparsa nel medioevo, durante il quale il suo ruolo nella vita sociale fu assolto piuttoso dai riti della liturgia cristiana; oppure quando essi discutono del diverso ruolo del lavoro nel mondo greco e in quello medievale; o ancora quando si confrontano sulla crisi della storia al giorno d’oggi e sulle sue prospettive per il futuro o sulla necessità di «impiantarsi» su uno specifico terreno di ricerca per poter acquisire padronanza delle fonti, sottraendosi al mero gusto dell’innovazione o dello sperimentalismo metodologico, fermo restando il principio teorizzato da Bloch, secondo cui sempre lo storico è e deve essere come l’orco che indirizza la sua caccia ovunque avverte l’odore della carne umana. Particolarmente interessanti sono le pagine in cui al centro del dibattito si pone il ruolo avuto nella loro formazione culturale dallo strutturalismo di Levi Strauss, cibo difficilmente digeribile dallo storico, in genere più ghiotto del mutamento che della continuità: «Non sono sicuro che si possa passare senza grandi precauzioni dai miti greci ai miti africani o amerindi. E non sono nemmeno sicuro che si possa esplorare il funzionamento dell’intelligenza umana senza far riferimento all’idea che esistono cambiamenti, soglie, rotture, modificazioni nella logica, nella scienza, nella sensibilità», afferma Vernant (ed è difficile dargli torto), concludendo che «anche la psicologia è, dunque, storica» e che non esistono «società fredde» e «società calde», poiché tutte le società sono «più o meno calde», conoscono trasformazioni, sono immerse nel tempo e nella storia e quindi, per converso, che non esiste alcuna «storia immobile».

Grandi maestri di cui molti hanno letto i libri affascinanti e di cui merita riascoltare la voce, entrambi fiduciosi sul ruolo che la conoscenza storica tornerà ad avere nel futuro, nella convinzione che, se si riuscirà davvero a costruire un’Europa che abbia senso, occorrerà anzitutto recuperarne l’identità storica e quindi pensare anche «a quello che sono stati e che hanno portato la città antica e il mondo medievale».

Jacques Le Goff, Jean-Pierre Vernant, Dialogo sulla storia. Conversazioni con Emmanuel Laurentin , Roma-Bari, Laterza, pagg. 70, € 14,00

 

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