PADOVA CITTA’ ASSEDIATA

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Quella dei beni comuni è una questione entrata prepotentemente nell’agenda dei dibattito politico-elettorale in particolare laddove, soprattutto a livello territoriale, è in gioco la gestione di servizi ritenuti essenziali per la qualità della vita dei cittadini e pertanto di piena competenza degli Enti pubblici.

Su alcuni  di essi la retorica ha prevalso sulla razionalità e su un serio calcolo di convenienza, mentre si è continuato a sorvolare su quello che sta diventando prioritario nella lista delle domande sociali, ovvero la sicurezza urbana.

I sociologi che se ne occupano così come gli Amministratori chiamati in causa dribblano il problema rifugiandosi sulle statistiche e disquisendo sul  grado di “percezione del rischio”.

Ritengo che per Padova, l’intensità e la penetrazione dell’aggressione malavitosa abbiano raggiunto livelli di gravità e pericolosità impressionanti: la tipologia degli eventi che ha finora riguardato persone inermi e cose, il degrado di spazi urbani che ne costituisce la precondizione, l’essere epicentro  veneto del traffico e distribuzione  della droga, la decennale sottovalutazione dell’immigrazione irregolare, le contiguità esistenti tra pratica dell’accattonaggio organizzato e  “geolocalizzato” e pianificazione dei furti negli appartamenti, la serialità e la metodica professionale con cui vengono identificate e colpite le vittime…

Tutto ciò costituisce una fenomenologia troppo seria per essere delegata, come si è fatto per molto tempo, alle forze dell’ordine (di cui è fondamentale orientare il coordinamento operativo), bensì materia calda che deve scalare la graduatoria delle preoccupazioni e delle scelte strategiche in capo a  Sindaco, Giunta e Consiglio comunale.

Il rischio supplementare per la città è che il tema sicurezza diventi, in prossimità delle elezioni amministrative,  la palestra per l’esercizio del dibattito muscolare e della polemica di schieramento piuttosto che occasione  per fissare i contenuti basici di un “Patto per la sicurezza” sul quale si realizzi una convergenza, decisiva sia per il messaggio  pubblico che ne deve scaturire che per l’univocità delle azioni che debbono essere intraprese.

Insomma Tolleranza zero non deve diventare un’opzione ideologica bensì programmatica, a cui tutto l’associazionismo e tutte le forze politiche debono contribuire con proposte ed impegno co-responsabile a partire dalla mappatura dei fattori di rischio e dalla focalizzazione delle con-cause più prossime che hanno creato una palpabile insicurezza, soprattutto tra i soggetti sociali più deboli e gli operatori economici più esposti.

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