Se l’intelligenza è una proprietà umana il pc potrà solo imitarla

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di Francesco Varanini NOVA24   Il Sole 24 Ore   10 Aprile 2016

Macchine per pensareCosa vuol dire Supercomputer? Più che spiegare di cosa si tratta, la propaganda punta a ricordare che Watson ha sconfitto di fronte alle telecamere esseri umani a Jeopardy!, che sarebbe Rischiatutto. Di lì si passa direttamente a dire che Watson sostituirà vantaggiosamente medici nel fare diagnosi e direttori del personale nello scegliere i talenti, nel premiare e punire e nel descrivere il clima aziendale. Finalmente con Watson, questo campione dell’Intelligenza artificiale, le decisioni saranno depurate dalla distorsione umana. È questo il futuro che vogliamo?

Cosa è, del resto, l’intelligenza? Proprietà strettamente umana, l’intelligenza è, alla lettera, inter ligere, “leggere tra le righe”. Ora, non è possibile programmare la macchina affinché essa legga tra le righe. Leggere tra le righe vuol dire andare al di là di una qualsiasi programmazione. Se l’intelligenza è una proprietà umana una macchina non potrà possederla, potrà solo imitarla. Però: Crozza è abilissimo, ma non è né Renzi nel quel tal chef. Vogliamo sostituire l’uomo con una sua imitazione, con un simulacro? Oggi molti degli sforzi di chi opera nel campo dell’Intelligenza artificiale si volgono nella direzione di simulare nella macchina un’apparenza umana: macchine ci parlano con una voce che sembra umana; macchine sembrano rispondere in modo sensato a nostre domande; macchine hanno un aspetto antropomorfo. Molti si soffermano a osservare come noi esseri umani ci caschiamo, emozionandoci e interagendo con la macchina come se fosse un essere umano. Ma la domanda importante è un’altra: perché ingannare l’uomo? In fin dei conti, l’uomo interagisce senza problemi con cani e gatti e altri esseri viventi riconoscendoli diversi da sé. E interagisce anche con macchine che appaiono agli occhi degli esseri umani senza infingimenti in quanto macchine.

Ci sono poi i ricercatori che perseguono il progetto di creare macchine in grado di apprendere e di autosvilupparsi. Queste macchine, se il progetto avrà successo, se ne fregheranno di apparire simili all’uomo, di imitare l’uomo. Imporranno all’uomo la loro diversità. Non basta firmare qualche petizione per vietare ad esempio lo sviluppo e l’uso di soldati robot. Ogni ricercatore dovrebbe chiedersi se vuole giocare a essere il demiurgo, il creatore di nuovi mondi e nuovi esseri, o se sceglie di stare dalla parte degli esseri umani. Intanto io, come altri essere umani, mi preparo a vivere in un mondo popolato da macchine. Il modo per prepararsi è: assumersi la responsabilità di usare appieno la propria intelligenza umana.

Si dice anche: l’Intelligenza artificiale oggi non è più quella di una volta, quella che pretendeva di sostituire l’uomo. Si dice: noi informatici oggi non facciamo altro che rendere più fruibili le grandi masse di dati prodotti dall’uomo, le grandi masse di conoscenze umane.

Giusto: servono macchine che ci accompagnino nell’utilizzare efficacemente ciò che l’uomo stesso ha generato, e che oggi si tende a chiamare “saggezza della folla”. Ma anche qui siamo di fronte a un confine sottile. Se ci fidiamo dell’essere umano, metteremo grandi masse di conoscenze in mano al medico, acciocché possa fare migliori diagnosi, o in mano al direttore del personale, affinché scovi e valorizzi i migliori talenti. Purtroppo l’informatico non si fida dell’umana capacità di connettere indizi, scoprire soluzioni, decidere tempestivamente. Crede necessario sostituire il lavoro della mente umana con un algoritmo predittivo.

Ascoltate questa storia: negli Anni Venti si coltivò un importante progetto di valorizzazione della “saggezza della folla”. La rivista Black Mask, diretta da Joseph Cap Shaw perseguiva un preciso disegno. Educare le folle a muoversi in un contesto di complessità, assumendosi la responsabilità di trovare soluzioni. Il campione di questo atteggiamento è l’investigatore privato, protagonista delle narrazioni della rivista: caso esemplare il Philip Marlowe di Chandler. Ma poi, nel decennio successivo, persa la fiducia nella capacità popolare di prendere decisioni, il campione cambia. In luogo dell’investigatore Chandler, il supereroe dotato di superpoteri: Superman. Ecco: oggi, invece di coltivare l’umanità, qualcuno preferisce affidarsi a Watson, Supercomputer.

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