Crisi delle Rappresentanze: il (recente) caso della CISL

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aritrovarbellezzaLa recente e traumatica uscita di  scena di Raffaele Bonanni  avrebbe dovuto costituire l’occasione per un ripensamento strategico culturale nell’Organizzazione, ovvero sollecitare una riflessione approfondita – a tutti i livelli ed in tutte le strutture – che si proponesse di identificare (e rimuovere) le ragioni ed il contesto che avevano consentito di far evolvere (nel senso di degenerare) l’esercizio di una leadership – acquisita legittimamente attraverso le regole della rappresentanza – verso una gestione autocratica e  scelte discrezionali che, con l’acquisizione  di un reddito esagerato e “sorprendente”,  manifestava solo l’aspetto più evidente e scandaloso, sicuramente grave e preoccupante, ma non il solo in una situazione rimasta per molti aspetti oscura.

Personalmente, i 40 anni di affiliazione,  da un lato mi  facevano auspicare una rigenerazione innanzitutto etica,  dall’altro – per il disincanto accumulato e la conoscenza diretta della fenomenologia costituita dalle cordate e dai poteri insediatisi nelle strutture sindacali – avevo percepito che il “sacrificio” delle dimissioni anticipate del Segretario Generale rappresentava una prima manifestazione dello sgretolamento dell’equilibrio che aveva retto nell’ultimo ventennio una Confederazione governata prevalentemente sulla base di cordate e vincoli relazionali, disancorati dal terreno del confronto sulla progettualità, della dialettica sui programmi, della condivisione di un’etica comportamentale rispettosa delle attese e degli interessi degli iscritti.

Avevo ben presente e sperimentato che si era oramai  affermata una  subcultura organizzativa assunta come mainstream  sia  da parte della dirigenza meridionale affermatasi al vertice (ed a suo agio nel gioco della seduzione e del ricatto) che da parte di numerosi aspiranti leader (autocollocati all’opposizione interna) desiderosi di mercanteggiare e dividersi i posti di comando a prescindere da ogni valutazione sullo stato reale dell’Organizzazione.

Il risultato di tale processo era riscontrabile su due piani separati, ma correlati:

a) La moltiplicazione e negoziazione di incarichi e carriere dentro e fuori la CISL ( Enti, Istituzioni, Aziende Speciali, Partiti)  che hanno consentito di disinnescare conflitti e “remunerare” una vasta platea di dirigenti frustrati per non potersi  aggiudicare lo strapuntino di carriera rincorso con tanta passione ed alla disperata ricerca di “uscite di sicurezza”…

b) La progressiva caduta di credibilità, legittimazione ed efficacia dell’azione sindacale in tutti quegli ambiti che – soprattutto nell’ultimo decennio, sull’onda di una irreversibile (e necessaria) ristrutturazione degli assetti economico-finanziari ed amministrativo-istituzionali – avrebbero richiesto un radicale cambio di paradigma nell’interpretazione della crisi e programmatico:

–  Ri-negoziazione ed aggiornamento di tutti gli istituti regolativi  del mercato del lavoro ben prima del Jobs act che privilegiasse l’accessibilità all’occupazione per i giovani (sostanzialmente oscurati nei monitor sindacali)

– Riforma della contrattazione e diffusione della sua pratica con al centro la produttività intesa come misuratore vincolante per la distribuzione del reddito

– Ristrutturazione della Spesa pubblica finalizzata alla riduzione della pressione fiscale ed alla salvaguardia delle quote di spesa sociale e sanitaria sottoposte, però, ai criteri della trasparenza, dell’equità e degli standard di efficienza

– Riorganizzazione della Pubblica Amministrazione nel segno dell’innovazione, della produttività, della remunerazione  del merito e della professionalità, facendola diventare un focus prioritario Confederale e non settoriale

–              Riordino del Sistema pensionistico (anticipando la Fornero) attraverso una severa razionalizzazione degli sprechi,  delle asimmetrie e squilibri nei diversi regimi e fondi, consentite dalla nefasta ideologia dei “diritti acquisiti” difesa ostinatamente soprattutto (ma non solo) da parte delle caste corporative: da essa e solo da essa (la razionalizzazione) sarebbe potuta derivare anche una realistica salvaguardia del potere d’acquisto delle pensioni (attraverso un meccanismo di aggiornamento collegato anche agli effettivi versamenti contributivi)

Di tutto ciò (che avrebbe potuto mettere alla prova ed esaltare la vocazione autonoma e riformista cislina) in questi ultimi anni abbiamo visto molto poco, troppo poco!

Il progressivo indebolimento, sia in termini di elaborazione culturale che capacità di mobilitazione della CISL, ha favorito sia la regressione della CGIL su posizioni conservatrici che l’affermarsi di una propensione dei Governi a privilegiare un approccio aggressivo sostenuto da un pregiudizio antisindacale nei provvedimenti riguardanti l’occupazione, lo sviluppo, lo stato sociale.

Nell’ultima stagione politica, poi, l’iniziativa politica  renziana nel nome della rottamazione, ha trovato un varco ed una giustificazione (ed un’ampia legittimazione democratico-popolare) proprio nella pigrizia, nell’impreparazione dei gruppi dirigenti sindacal-confederali, appiattiti sulle sorti e le strategie  prodotte dalla cultura politica fallimentare del vecchio (e coevo) sistema partitico ed istituzionale.

Posso capire quindi che nell’attuale temperie, ci sia tra i quadri ed i militanti cislini, disorientamento, disillusione ed una profonda amarezza di fronte ad una realtà stipendiale che mostra il “fortunoso e non casuale” arricchimento di molti frati, in un convento –  soprattutto nei territori –  che deve fare i conti  con straordinarie difficoltà provocate dalla crisi economica e sociale, sicuramente aggravate dalla caduta della credibilità indotta nei lavoratori e nei pensionati dal verificare che molti  loro rappresentanti appartengono ad un altro pianeta reddittuale e, verosimilmente, non possono comprendere e  con-dividere le loro condizioni.

La denuncia di un  vecchio amico (e coetaneo) come  Fausto Scandola, quindi, rappresenta un grido d’allarme, che va assunto come  un segnale disperato e disperante rispetto una situazione che può determinare un crollo verticale di fiducia nel rapporto tra rappresentati e rappresentanti.

I Probiviri ed i Regolamenti diventano quindi una risposta risibile e del tutto inappropriata: non si affronta l’imminenza di uno tsunami ricorrendo agli ombrelli, bensì concentrandosi sul consolidamento dell’edificio comune,  innanzitutto avviando  la sua rigenerazione etico-civile e strategico-operativa.

 

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