I Ventotto e quel lusso pericoloso dell’inazione

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Anniversario della firma dei trattati di Roma

Adriana Cerretelli 2 Gennaio 2017 Il Sole 24 Ore lunedì

L’ Unione europea ha quasi 60 anni e li dimostra: stanchezza di vivere, cortocircuito tra integrazione e democrazie, nebbia sul futuro. Avrebbe un bisogno urgente di ritrovarsi e riprendersi in mano, invece rischia di perdersi, smarrire il senso di sé, lo spirito di famiglia, le ragioni della propria esistenza. Che resta più che mai necessaria. Irrinunciabile.
Il 25 marzo prossimo, anniversario della firma dei Trattati di Roma, dunque non sarà una festa vera, ma una fredda formalità.
Ventotto leader raccolti a Roma, ma la testa altrove, ripiegati sui rispettivi problemi interni, risucchiati da ansie elettorali sparse, ma soverchianti, al punto da paralizzare ogni iniziativa di rilancio e ripensamento comune del progetto europeo. Al punto da condannare l’Unione all’abulia, a un lungo anno perso proprio mentre nel mondo tutto cambia e la necessità di agire e reagire sarebbe più impellente che mai. Perché nessuno aspetterà l’Europa che non sa più dove vuole andare, con chi, come e per fare che cosa insieme. Tutti invece ne approfitteranno per occuparne gli spazi vacanti. Per eroderne quel che resta del vecchio protagonismo globale.
Pur con le sue molte incognite, l’alba dell’America di Trump si annuncia decisionista, interventista pro domo sua, egoista, isolazionista, tiepidamente atlantica. E anche rivoluzionaria rispetto all’ordine (disordine?) costituito. Un alleato molto più esigente e meno generoso.
Partita all’arrembaggio della scena mondiale dopo gli anni della marginalizzazione relativa e sfruttando l’appeasement degli Stati Uniti di Obama, la Russia di Putin è rientrata brillantemente in gioco imponendo la sua pax siriana, firmando per la prima volta nella storia un patto tra paesi Opec e non Opec per far risalire il prezzo del petrolio. Di sicuro non intende rinunciare al ruolo riconquistato. E se poi l’entente cordiale che sembra profilarsi tra Putin e Trump dovesse materializzarsi davvero, l’Europa potrebbe venirne stritolata, da buon vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro con cui sarà costretta a viaggiare.
Per non parlare della Cina, che da sempre guarda con grande appetito ai suoi mercati, alle sue aziende e tecnologie e che ora, conquistato l’agognato status di economia di mercato (che non è), avrà gioco molto più facile a destreggiarsi tra le divisioni europee e le scarse difese anti-dumping che da sempre ne derivano. E in Europa troverà una preziosa valvola di sfogo soprattutto se la nuova Casa Bianca dovesse, come promette, erigere barriere alle sue merci negli Usa.
Di fronte ai mutati e mutevoli equilibri del mondo, l’Europa dovrebbe usare il 2017 in arrivo per accelerare sulla creazione di una vera e autorevole politica estera, di una credibile difesa comune autonoma e sinergica con quella Nato, di una politica comune di sicurezza che integri i suoi diversi sistemi di intelligence, anti-terrorismo, banche-dati e casellari giudiziari con un’efficace protezione delle frontiere esterne dalle troppe instabilità ai suoi confini, bomba migratoria in prima linea.
Invece su tutti questi dossier di importanza vitale, quando si fa, si fa poco e senza fretta, come se le emergenze da affrontare fossero quelle degli altri. Troppe conflittualità di interessi, troppi divari culturali prima che politici ed economici. La strategia del galleggiamento però non paga, trascina e complica i problemi invece di risolverli. Soprattutto fa dimenticare i grandi benefici che l’Europa ancora distribuisce, mettendone in luce solo ombre e difetti. Così l’anti-europeismo sale e si confonde con le pulsioni no global, la crisi della democrazia rappresentativa e dei partiti tradizionali, tutti incapaci di adeguare il passo al mondo che cambia, fanno la fortuna di populisti, demagoghi e forze anti-sistema. E così le elezioni, che ci saranno in Olanda, Francia, Germania e forse Italia, diventano eventi temuti invece di normali liturgie per possibili ricambi al potere.
Per questo, a meno di catastrofi imprevedibili che nessuno si augura, il 2017 sarà un anno bloccato. Anche se le urgenze da affrontare in casa sono molteplici: tra Brexit, le cui conseguenze restano un enorme punto interrogativo per tutti; ripresa torpida; troppi disoccupati; rialzo dei tassi di interesse e dei prezzi del petrolio; unione bancaria zoppa; governance dell’Eurozona inefficace tra crescenti divari Nord-Sud; ristrutturazione del debito greco ferma; rischio-Italia in agguato in caso di instabilità politico-finanziaria grave. E di cantieri aperti per scuotere l’attuale e pernicioso status quo ce ne sarebbero molti: dalla riforma dell’Eurozona all’integrazione del mercato digitale e dell’energia, a una politica di immigrazione capace di gestire i flussi dei disperati come le società destinate ad accoglierli e integrarli.
Sembra un perfido scherzo della storia quello che vedrà l’Europa celebrare i primi 60 anni nel punto più basso della sua esistenza, proprio quando il tradimento dei vecchi ideali incoraggia il ritorno dei nazionalismi, dei muri, delle frontiere. Passata la lunga febbre elettorale, c’è da sperare che il passato comune solleciti una rapida e costruttiva seduta di autocoscienza collettiva. Prima che sia troppo tardi: l’inazione oggi è un lusso che dovrebbe esserle vietato.

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