Il sentiment democratico dei veneti

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Il sentiment democratico dei veneti sospeso tra le suggestioni Amish del Leghismo ed il monadismo della (attuale) dirigenza PD

 

All’insicurezza dovremo abituarci. Fa parte integrante della civiltà. E’ la sfida per il fututo che potremo accogliere se, piuttosto che pretendere di immunizzarci dai pericoli che vengono dall’esterno, sapremo procedere insieme, non come rigide monosfere, ma come parti di schiume che sanno coesistere”

Peter Sloterdijk – La società schiumosa, LA LETTURA 6 dicembre 2015

Formare comunità di destino in gruppi identitariamente deboli è un compito difficile, dal momento che sono necessarie grandi narrazioni capaci di interagire con l’uomo contempraneo in modo coinvolgente, senza risultare elitarie o lontane

Stefano Gnasso – Existential MARKETING

“C’è un’altra questionne fondamentale: dobbiamo attivare un grande circuito di democrazia dal basso. Il cittadino non può partecipare solo dicendo su Twitter che tutto fa schifo; dev’essere chiamato in prima persona a decidere il destino del suo quartiere, della scuola di suo figlio. Deve diventare parte di una gigantesca rete di partecipazioe democratica”

Walter Veltroni, Democrazia in pericolo. E Renzi deve avere cura della storia della sinistra – Il Corriere della sera, 27 gennaio 2016

 

Un Congresso imbarazzante

 

Lo slittamento del processo di rinnovamento-riorganizzazione del Partito Democratico veneto (perchè non di semplice Congresso si tratta) è sicuramente da collegare al diffuso imbarazzo determinato dall’esigenza di metabolizzare le recenti sconfitte elettorali (locali) ed interpretarne con lucidità le cause; a rendere ancor più problematica la “procedura” contribuiscono anche il clima politico-culturale e l’incertezza econnomico-finanziaria che condizionano l’attività politico-amministrativa regionale (Comuni e Regione) chiamata a fare i conti con tre vettori portatori di disorientamento e sottrazione di consenso:

  1. a) l’inaridirsi del rapporto fiduciario con una cittadinanza che, se si escludono i “flash mob” organizzati da comitati di varia natura antagonista e protestataria, è diventata progressivamente assente dall’arena pubblica;
  2. b) il costante ridimensionamento delle risorse finanziarie disponibili per un policy making che si proponga ed implichi una progettualità di vasto respiro e coinvolgimento dei cittadini: lo stesso comparto sanitario, che assorbe gran parte del budget regionale, è sostanzialmente “governato” da una tecnostruttura interna che può contare su una consolidata tradizione di buona gestione ed eccellenti professionalità tecniche socio-sanitarie;
  3. c) l’aumento della complessità sociale, economica ed istituzionale da affrontare che ha eroso e depotenziato le risorse ideologico-culturali dell’attività politico-partitica: la stessa Lega veneta ha – di fatto – delegato la sua “manutenzione ideologica” ad uno scalmanato leader esterno (milanese) che si è assunto il compito il compito di ravvivare la passione e la testimonianza con le sceneggiate su zingari, no europa, profughi, sicurezza e dintorni con incursioni demagogiche sui fatti di sangue nei quali la questione drammatica del diritto all’autodifesa da parte dei cittadini richiederebbero ben altro atteggiamento di serietà e rigore e non “sparate solidali”.

 

La Politica bussa alle porte

 

Eppure la necessità e le condizioni per riannodare i fili della rappresentanza e della funzione della Politica emergono prepotentemente alla porta dell’intera classe dirigente veneta.

Mi è capitato di ascoltare, in contesti nei quali si discuteva dell’esigenza e dei possibili percorsi per “Rigenerare il PD”, l’auspicio e la consapevolezza di sintonizzarsi con il “sentiment democratico” dei veneti, di comprendere insomma le ragioni profonde di un dietrofront tanto clamoroso degli elettori, passati nel giro di poco tempo dal successo alle Europee alla debacle delle elezioni regionali e locali.

Il tono delle battute e la sobrietà con cui venivano espresse le valutazioni mi sono apparsi non solo mossi da una giusta preoccupazione, ma anche una corretta indicazione metodologica, essenziale per recuperare un rapporto fiduciario virtuoso con i cittadini: una questione che non riguarda solo un partito malconcio come il PD, ma che interroga l’intero ceto politico amministrativo regionale che – è bene ricordarlo – è risultato eletto con il 57 % dei voti, ovvero in un contesto nel quale il Partito più rappresentativo è quello degli astensionisti consapevoli!

Se si è prestata la giusta attenzione nel leggere la stizzita reazione del Presidente Zaia nei confronti degli Industriali trevigiani, colpevoli a suo dire di essere dei voltagabbana per aver manifestato, nella loro recente Assemblea provinciale, un alto gradimento per i contenuti del messagglo rivolto loro dal palco, dal Presidente del Consiglio Renzi, si può meglio comprendere la fluidità che caratterizza le scelte elettorali e la difficoltà degli aspiranti leader ad accettarla.

Le attese deluse dei perdenti, ma anche la frustrazione del vincente, infatti, sono manifestazioni che tradiscono entrambe una “lontananza emotiva” dal comportamento politico dei veneti, tuttora giudicato con canoni interpretativi inadeguati, mutuati da quella pseudo disciplina delle previsioni e dei flussi elettorali che nelle pagine dei giornali è oramai assimilabile allo spazio ed all’interesse dei lettori che vengono dedicati all’astrologia: segni zodiacali e partiti accomunati da simili criteri probabilistici di valutazione (cosicchè un po’ di chance di successo non si nega a nessuno…).

Qui ci proponiamo di correlare un episodio significativo ed emblematico, riguardante un pezzo rappresentativo dell’opinione pubblica veneta particolarmente interessata e coinvolta nel “gioco del potere e della rappresentanza” ad una considerazione di carattere più generale sul cambiamento intervenuto – da parecchio tempo – nell’atteggiamento dei cittadini-elettori veneti nei confronti del “mercato politico” e nella valutazione dell’offferta proposta loro dalla variegata e frammentata platea partitica.

Riteniamo cioè che si sia oramai sedimentato un approccio disincantato che si esprime attraverso un nuovo “sentiment democratico” che li porta (in assenza di un’offerta stimolante, interessante) da un lato ad aderire al nuovo e maggioritario partito dell’astensione e dall’altro a cercare di ottimizzare il trade-off elettorale, ovvero identificare le formazioni che nel contesto politico-temporale contingente, presentano almeno un surrogato di novità e freschezza (è accaduto con la Lega, si è ripetuto con il M5S e con la “novità” (a sinistra) renziana.

 

 

L’endorsement imprenditoriale per Renzi.

 

Nell’apprezzamento per il Presidente del Consiglio, gli imprenditori hanno espresso non solo il gradimento per alcuni dei provvedimenti finora realizzati (Jobs act ii primis) ed annunciati (poi confermati nel testo finale) per la Leggedi Stabilità 2016, ma anche per i contenuti della metacomunicazione, ovvero l’annunciata (e condivisa) strategia di ampliamento dei confini e delle opportunità per la libera e responsabile iniziativa imprenditoriale, per il riconoscimento e la premiazione dell’impegno e dei meriti individuali, per il programma di efficientamento del mercato del lavoro, dell’attività politico-amministrativa e di “rendimento” delle istituzioni.

Gli imprenditori hanno cioè avvertito (ed immediatamente aperto le vele a) quel refolo di spinta liberaldemocratica che considerano – giustamente e legittimamente – incoraggiante per il rafforzamento di un quadro di scelte di politica economica e di riorganizzazione dello Stato che mettano al centro la competitività del Sistema Paese e delle Imprese, precondizione decisiva per affrontare le sfide dlla globalizzazione.

Di fronte a tale manifestazione di autonomia ed approccio laico, il rampollo della vecchia scuola dorotea, Zaia, cresciuto a pane ideologico e scambio di favori, si è mostrato sorpreso e stizzito.

 

Il bluff referendario di Zaia

 

Ma per lui, che in ogni caso può contare su una buona maggioranza consiliare, il problema fiducia desta poca preoccupazione tanto che si appresta a gestirlo rilanciando la “retorica della Repubblica Amish”, ovvero riproponendo ai veneti il patto neo-identitario basato sull’autonomia: una sorta di bluff o giochino di prestigio con cui mascherare i numerosi fallimenti etico-politici ed istituzionali che si sono manifestati nell’esercizio ultradecennale della leadership forza-leghista (ora lega-forzista), resi evidenti in particolare:

  • dal malsano rapporto con gli affari: leggi Mose e dintorni
  • dall’ostinata visione localista del sistema bancario, con-causa della mala-gestione e del tracollo delle Popolari di Vicenza e Treviso
  • dal mancato intervento sull’arretratezza del sistema amministrativo ancora fermo ai 580 Comuni impotenti ed incapaci ad affrontare l’innovazione organizzativa dei servizi
  • dalla marginale attenzione dedicata all’attuazione dell’Agenda digitale per l’infrastrutturazione e promozione della connettività, nell’ambito della governance
  • dall’inaffidabilità ed dal disimpegno nel gestire, con rigore, efficienza e solidarietà, l’emergenza dei flussi immigratori

il ricorso alla suggestione referendaria in una materia (il riordino istituzionale) che esige uno sforzo eccezionale di elaborazione e coordinamento, è un altro sotterfugio da politicante che serve a mascherare il vuoto strategico delle astrusità salviniane dietro cui la dirigenza leghista veneta si è nascosta negli ultimi due anni: leggi la campagna NO EURO, le frottole sulla FLAT TAX e – elemento paradossale e traumatico – l’abbandono del Federalismo per realizzare l’alleanza incestuosa con la nazionalista Le Pen.

Ebbene, a fronte di una palese necessità di ripensare criticamente sia la miope impostazione venetista che la prospettiva destrorsa di Salvini, Zaia propone l’operazione di puntare sulla formula strapaesana di un’autonomia senza progetto, facendo di conto di coagulare il sentimento regressivo del “noaltri contro tutti”, proprio nel momento in cui il testo della Riforma Costituzionale approvata dal Parlamento apre delle inedite opportunità di riorganizzazione e bilanciamento dei Poteri all’interno di uno Stato chiamato a rinnovarsi e tutelare gli interessi nazionali nel contesto europeo e della globalizzazione.

 

Esiste un’alternativa

 

La domanda cruciale che ci si deve porre a questo punto è: alla furbizia ed allo stratagemma procedurale di Zaia può essere contrapposta una strategia politico-culturale alternativa che intercetti e dia visibilità alla vasta maggioranza di cittadini veneti non creduloni, non coinvolti e – attualmente – non partecipi nell’agone politico-partitico, seppur desiderosi di veder avviato nella loro Regione e nel loro Paese (intese come entità connesse e cooperanti) il processo di modernizzazione e ri-socializzazione?

Bisogna partire dalla consapevolezza che il sentiment democratico dei veneti costituisce una risorsa immensa che ha costituito la leva decisiva per sostenere ed accompagnare i passaggi fondamentali della storia repubblicana: sia nella fase della ricostruzione che nei tornanti in cui si sono manifestate (contradditoriamente) espressioni e domande di rinnovamento del sistema politico-istituzionale e di superamento dei limiti e delle fratture sociali dello sviluppo.

E’ ad esso infatti che hanno attinto i molti coltivatori del sogno federalista, gli ispiratori e sperimentatori della sussidiarietà; è da esso che ha tratto linfa vitale lo spirito imprenditivo di massa per potersi misurare con le regole della competizione ed alimentare una cultura aperta al mercato ed alle prospettive dell’integrazione economica europea ed internazionale.

Ed ancora è il contesto peculiare delle relazioni sociali esistente nel Veneto che ha consentito di attutire i risentimenti e l’antagonismo classista nell’ambito del conflitto industriale, facendovi emergere le buone pratiche della partecipazione associativa-sindacale e della bilateralità orientata all’innovazione degli strumenti contrattuali e della tutela; così come è in esso che sono cresciute le performance del sistema socio-sanitario – annoverato come uno tra i modelli migliori a livello europeo – potendo contare su una estesa rete di welfare comunitario.

Certo, si tratta di un capitale sociale che va innanzitutto ri-conosciuto, compreso e valutato come dato antropologico-culturale con cui un Partito deve fare i conti e da cui partire per formulare una proposta programmatica convincente; evitando di utilizzare le letture fuorvianti di una pubblicistica superficiale e di una sociologia priva di competenze storiche e scientifiche per indagini approfondite, in grado cioè di produrre buona conoscenza ed orientare le scelte valoriali distintive che debbbono – sempre – caratterizzare una Forza politica che si candidi a rappresentare un’intera comunità regionale.

 

Il compito del PD

 

E’ in particolare al Partito Democratico che compete – per una molteplicità di ragioni – tale sfida; innanzitutto per prospettare ai veneti la praticabilità di un’alternativa che rappresenti una discontinuità di Governo di cui il Sistema regionale ha strutturalmente bisogno per uscire da un ventennio in cui il centrodestra si è dedicato, attraverso il combinato disposto di un’imbarazzante ed accertata contiguità con il malaffare e l’adozione di un linguaggio reazionario, al logoramento morale e civile del tessuto sociale ed istituzionale.

Il primo ostacolo che il PD veneto deve affrontare è dentro di sé ed è rappresentato dalla confusione identitaria che ne inficia la capacità di presa sulla società locale: il gomitolo della propria soggettività politica oltre che sfilacciato, è composto da subculture che in molti casi costituiscono un partchwork di copertine di Linus utili solo alla conservazione di posizioni personali e/o di piccoli gruppi di potere locale, oramai spiazzati non solo dal nuovo corso renziano impresso al Partito, ma – e questo è il vero nodo cruciale – dall’orientamento e dalle attese dell’elettorato post-ideologico.

Di conseguenza la scadenza congressuale annunciata, prima che una resa dei conti interna (che sarebbe ancor più paradossale se l’auspicato rinnovamento diventasse l’occasione per verificare chi ha fatto il “tagliando alla Leopolda” e chi no, a prescindere dal confronto sui contenuti progettuali e sul modello di organizzazione) deve costituire l’occasione per progettare una struttura di Partito in grado garantire l’ascolto ed organizzare la riflessività per una società veneta che chiede di essere coadiuvata ad affrontare le sfide dell’innovazione sociale, economica, amministrativa ed istituzionale.

Si tratta di un’opportunità per superare stantii formalismi burocratico-organizzativi – che ancora lo caratterizzano – e dare vita ad network agile (ottimizzando le enormi potenzialità operative consentite dalle tecnologie di rete) in cui le responsabilità siano fondamentalmete funzionali e di servizio, ovvero finalizzate a garantire:

  1. la permeabilità associativo-partecipativa interna ed esterna
  2. l’interfacciamento con le agenzie presenti nel territorio che producono conoscenza e ricerca su tutti i temi dell’agenda politica regionale
  3. capacità di orientamento ed anticipazione sui processi di sviluppo in corso, sia per contrastare la perversa retorica piagnona leghista-localista che – soprattutto – per alimentare e promuovere sul terreno politico-amministrativo ed economico-associativo la capacità reattiva delle imprese venete rispetto ai fenomeni della globalizzazione e della competizione
  4. l’attività di “filtraggio culturale” ed approfondimento sulle questioni che mettono in tensione le comunità locali: sicurezza (intesa in senso olistico), fenomenologia della nuova immigrazione, integrazione e conflitti culturali….
  5. I luoghi ed i momenti della riflessività per la declinazione dei valori e dei programmi del nuovo riformismo, ovvero facilitare la discussione ed il confronto (anche intergenerazionale), passaggio indispensabile per procedere all’aggiornamento culturale e – perché no – ideale di un Partito nel quale le icone del passato debbono cedere il passo ai valori, ai testimoni ed al protagonismo di un presente vissuto come tempo sfidante di sperimentazione e rilegittimazione del Progetto democratico
  6. La costruzione di nuovi linguaggi, strumenti e stili di comunicazione in grado di dialogare con il mondo giovanile e contrastare il “rumore” assordante del populismo, in parte determinato dall’assenza di “grandi orecchie” (copyright Morlino)

 

Rigenerazione della leadership

 

Insomma il nuovo PD deve diventare il laboratorio nel quale si forma e si ri-genera una leadership che si candida a diventare la classe dirigente che il Veneto aspetta (e si merita!), non certo una struttura che ripropone i cascami culturali ed il menù politico del ventennio passato, ovvero i “racconti” che hanno accompagnato un percorso nobile, ma che hanno irimediabilmente perso la loro attualità culturale e la forza di collante sociale in una stagione che richiede valori ed obiettivi significativi per la contemporaneità.

I bisogni e le domande sociali che oggi debbono essere intercettati e rappresentati, sono espressione di una accentuata frammentazione ed individualizzazione che rendono particolarmente difficile convincere a condividere un investimento sul futuro, ad aderire ad una progettualità per la quale è prevista una qualche rinuncia personale nell’immediato.

Nasce da questa situazione “vischiosa” l’esigenza di ricorrere, anche nell’ambito del proselitismo politico, all’empatia ed alla promozione di leadership carismatica che – nel caso di un partito democratico – vanno considerate risorse emotive ed organizzative da donare e condividere per il successo della mission, vissute nel rispetto di regole necessarie per l’instaurarsi di tornaconti e/o rendite di posizione personali, valorizzate e verficate nel rapporto fiduciario con gli elettori.

Solo in questo modo si può aggredire, con l’azione politica, il problema della crescente mancanza di orientamento ed offrire uno scenario ed una prospettiva significanti, ancoraggio per quanti sono alle prese con problematiche di disagio e smarrimento sociale.

E così il Partito ri-diventa un grande marketplace in cui molte storie individuali vengono condivise, i singoli entrano in relazione con la comunità, si fanno compagni di viaggio.

Insomma, in una situazione – quella presente – caratterizzata da una forte inerzialità, nel rapporto cittadini/politica, c’è bisogno di protagonisti – testimoni – racconti che mostrino alla comunità itinerari di crescita da percorrere, non narrazioni fini a se stesse.

 

Sentiment uno

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