La nuova ideologia e la risposta necessaria

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La nuova ideologia e la risposta necessaria

 

di Carlo Bastasin  – Il Sole 24 Ore – mercoledì 28 gennaio

 

La vittoria di Syriza e la spregiudicata formazione della coalizione di governo con un partito di destra, cioè di opposta inclinazione politica, ha mostrato come il tradizionale spartiacque ideologico – destra e sinistra – non sia sufficiente a definire le dinamiche politiche in Europa. Nuovi spartiacque, tra euroscettici ed europeisti, tra protezione degli interessi nazionali e fiducia nell’integrazione sovranazionale, si stanno sovrapponendo alle categorie politiche tradizionali. Syriza (come Podemos in Spagna e altre formazioni) si autodefinisce una coalizione della sinistra radicale. Il fatto che la Lega o il Fronte Nazionale francese ne abbiano salutato la vittoria dimostra la necessità di nuovi quadri analitici. Qual è allora il collegamento tra il tema della disuguaglianza sociale e la scelta anti-europea? Una possibile spiegazione viene dall’esempio dei movimenti regionali secessionisti che replicano la dialettica tra centralismo e localismo dentro i confini dei singoli Stati. Le richieste di autonomia dagli Stati non derivano solo da distinzioni culturali ma anche da problemi di disuguaglianza di carattere economico: quasi tutte le regioni in cui sono forti le formazioni autonomiste sono distanti dalla media del reddito nazionale pro capite. Catalogna e regioni padane sono l’esempio convenzionale, ma lo stesso avviene tra le regioni fiamminghe e quelle valloni in Belgio. Anche il reddito pro capite della Scozia, dove il referendum secessionista è fallito per pochi punti percentuali, è superiore alla media del Regno Unito se si tiene conto dell’eccezione dell’area londinese. Il comportamento elettorale dei cittadini dei Laender tedeschi orientali, relativamente poveri, dove crescono i movimenti anti-europei, è molto diverso da quello del Sud ricco della Germania, anch’esso euro-critico, ma entrambi divergono da quello mediano ed europeista del resto del Paese.La divergenza delle condizioni economiche dà luogo a una divergenza tra le preferenze politiche dei cittadini sia nelle singole regioni sia nei singoli Paesi. Si tratta di distinzioni di reddito che si sono consolidate nel corso ormai di decenni. Ci sono cioè generazioni di elettori che sembrano non dare più per scontate le ragioni storiche dell’auto-determinazione nelle associazioni statuali se esse implicano squilibri permanenti nella redistribuzione fiscale. Quello che avviene a livello regionale trova un riflesso a livello europeo. Nei Paesi nei quali l’aggiustamento fiscale, a seguito della crisi e delle regole europee, è diventato più gravoso e nei Paesi il cui reddito pro capite è molto più alto o molto più basso della media europea, si sviluppa una vocazione a distinguersi o addirittura a dissociarsi dalla comunità degli altri Stati. Considerando il ruolo della redistribuzione fiscale come fattore di riequilibrio della diseguaglianza, si capisce per quale ragione si sovrappongano o si confondano le tradizionali divisioni ideologiche destra-sinistra e le nuove divisioni tra localismo ed europeismo. La risposta convenzionale è quella di rilanciare la crescita economica che come una marea dovrebbe risollevare tutte le barche e rendere meno sensibili le differenze relative di reddito. In questa chiave va valutata la politica economica prevalsa nell’euro area dopo la crisi: la ricetta della crescita è stata subordinata alla responsabilità di ogni Stato nel riformare le proprie strutture economiche e nel ridurre le conseguenze fiscali sugli altri Paesi. In sintesi si è puntato su riforme strutturali e disciplina di bilancio. Si tratta di una risposta difensiva, coerente con le priorità politiche nazionali, ma non coerente con l’interdipendenza economica della stessa euro area. I tentativi di rilancio comune dell’euro area sono stati inesistenti dal lato della politica fiscale – quello politicamente più esposto e riconoscibile per gli elettori – e sono stati quindi scaricati sulle spalle della Banca centrale europea dopo che l’assenza di politiche di crescita ha prodotto deflazione. L’emergere di forze politiche centrifughe, come la nuova coalizione di Atene o come il Fronte nazionale, non favorisce un maggiore coordinamento delle politiche attive europee. Anche se avesse successo nel dar voce al senso di ingiustizia lamentato dai propri elettori, l’isolamento dei Paesi finirebbe per aumentare le distanze dei redditi pro capite sul medio termine. La diseguaglianza tra le regioni europee si aggraverebbe e le preferenze dei cittadini europei finirebbero per divergere, come probabilmente si vedrà con i voti danese e finlandese dei prossimi mesi, opposti a quello greco. In questo quadro che coinvolge l’intera politica economica europea, il vero tema politico non è tanto la novità greca, quanto lo sviluppo della situazione politica tedesca. L’affermarsi di un partito alla destra della Cdu della cancelliera Merkel è un fattore sconvolgente per gli equilibri europei. Già oggi si vede la difficoltà di linea politica nel partito bavarese della Csu – sintesi delle tensioni regionali e di quelle europee – che si è riflessa in un vuoto di leadership. La stessa incertezza può toccare la cancelliera che vede i politici a lei più vicini prendere le distanze da una linea tesa finora a occupare il centro e la sinistra dello spettro politico tedesco, lasciando scoperto il fianco destro. C’è il pericolo che la Cdu sia tentata di ricoprirsi le spalle con politiche ancora più nazionali. Senza una narrazione europea che giustifichi politiche comuni di sviluppo, le disuguaglianze tra i Paesi aumenteranno e finiremo per confrontarci con un quadro politico inedito e regressivo .

 

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