Euro-Esm-Bond per scongiurare il rischio di stagnazione

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EurobondAlberto Quadrio Curzio COMMENTI E INCHIESTE   13 Marzo 2016   Il Sole 24 Ore

Il presidente della Bce Mario Draghi ha fatto un ulteriore passo in quella che un numero crescente di osservatori chiama “terra incognita”. Si tratta dell’accentuazione dei tassi di interesse negativi sui depositi presso la Bce a cui si aggiungono ora anche ulteriori prestiti alle banche pagando alle stesse un premio nella misura in cui faranno credito all’economia. Cresce anche il volume di acquisti di titoli di Stato e si vara l’acquisto di obbligazioni di buona qualità emesse da società non bancarie della eurozona. Riflettiamo su queste decisioni collocandole nel contesto di come evitare il passaggio dalla deflazione in atto ad una possibile stagnazione secolare. È un rischio paventato anche dal vicepresidente della Bce, Victor Costancio, che in una difesa delle scelte della Bce, riconosce come in tali condizioni la politica monetaria da sola non può spingere la crescita tendenziale ma poi conclude che allo stato presente in Europa solo la politica monetaria può normalizzare l’inflazione. È una visione rassegnata che non ci convince e che non collima con le raccomandazioni dell’Fmi e dell’Ocse all’Europa e con quanto dovrebbero fare “politicamente” i governi della eurozona.

Bce e Germania. Il solo modo per contrastare oggi nella Uem una deflazione-stagnazione è infatti spingere gli investimenti pubblici in euro-infrastrutture (ecocompatibili) materiali e immateriali. E quindi l’economia reale (tutta) e il lavoro che sono il fondamento di uno sviluppo durevole e inclusivo. Il problema è sempre quello del loro finanziamento perché gli “Junckerbond” sono virtuali mentre ci vorrebbero degli Euro-Esm-bond reali.

Forse questa ipotesi potrebbe adesso risultare meno sgradita alla Germania molto critica verso politiche monetarie così eterodosse. Sarebbe interessante sapere che ne pensa anche la Bce che diverrebbe un attore del successo di bond europei acquistandoli quando fossero emessi.

In ogni caso non possiamo sottovalutare le reazioni politiche e sociali tedesche alle ultime decisioni di Draghi che forse potevano essere ammorbidite da una consultazione strategica a livelli apicali della Eurozona (Commissione, Consiglio, Bce, Eurogruppo). I “puristi” risponderanno che la Bce fa meglio a “sorprendere i mercati”, a non esprimersi sugli Euro-Esm-Bond, a non fare consultazioni per non sconfinare in politica. Sarebbe una risposta non convincente sia perché Draghi ha firmato il “documento dei 5 presidenti” sia perché da tempo fa tutta la euro-politica economica. Certo, non per colpa ma per necessità.

Quanto a Victor Costancio, il giorno dopo le decisioni della Bce ha detto «corretta ma banale» l’affermazione che la politica monetaria non può oggi da sola aumentare in Europa la crescita tendenziale ma che non ci sono altre possibili politiche. Non è del tutto così. Infatti Costancio dice che le restrizioni di legge nella Ue (perché sono immutabili?!) non consentono a Stati inclini a politiche di bilancio espansive di farle, mentre Stati (leggi Germania) che hanno surplus di bilancio non le vogliono fare! Quanto alle riforme strutturali, Costancio le liquida in breve perché sono di lenta attuazione e perché in carenza di domanda i guadagni di produttività e di competitività non potrebbero «stimolare la crescita in misura significativa nell’arco dei prossimi due anni». In tali condizioni, perché Costancio nulla dice sulla necessità di una politica di euro-investimenti e di rilancio della domanda, aspetto sul quale l’Europa ha già avuto tante critiche dall’Fmi e dall’Ocse?

Bce e G-20. Fmi e Ocse sono infatti consapevoli del rischio che dalla bassa crescita, anche europea, si passi adesso alla stagnazione globale. Lawrence Summers (il cui punto di vista, è stato spesso richiamato, anche di recente, da questo quotidiano) lo dice da anni mettendo in guardia da politiche monetarie espansive e competitive dal punto di vista valutario che spostano la domanda da un’area all’altra ma non la fanno aumentare globalmente. Nel breve termine, egli dice, i quantitative easing hanno evitato guai peggiori ma nel medio termine hanno effetti decrescenti, creano rischi di bolle speculative e di instabilità con conseguenze gravi sia occupazionali sia politico-sociali. Noi concordiamo con lui.

È dunque evidente che bisogna passare a politiche fiscali cooperative ed espansive per spingere la crescita. E questo significa anche più investimenti in infrastrutture come emerge dai G-20 e come si è visto nel recente summit a Shanghai dei ministri delle Finanze e dei presidente delle Banche centrali (di cui abbiamo detto nel nostro articolo del 5 marzo).

Già del novembre 2014 al G-20 in Australia si è deciso di supportare anche una “Global Infrastructure initiative” per spingere gli investimenti pubblici e privati in infrastrutture, per facilitare gli standard qualitativi, per aumentare la opportunità di investimenti nei Paesi del G-20 e del non-G-20. Si è anche deciso di supportare un connesso “Global infrastructure Hub” come braccio operativo per colmare secondo un modello cooperativo, progettuale e di standardizzazione, le necessità di infrastrutture stimante in almeno 20mila miliardi di dollari entro il 2030. Nel novembre del 2015 al G-20 in Turchia, oltre a riconfermare il deciso, si è enfatizzata l’importanza degli strumenti finanziari per le infrastrutture.

Strano è il silenzio su tutto ciò di Victor Costancio che cita il G-20 di Brisbane del 2014 solo per dire che quanto là convenuto in termini di riforme non ha portato ad alcun risultato in termini di crescita. Eppure egli capisce che ci si trova di fronte a sfide «connesse al ristagno secolare» ma poi conclude che al presente la politica monetaria è il solo strumento a disposizione dell’Europa. È una conclusione che non ci piace e dalla quale il Governo italiano si è da tempo staccato con una visione di medio-lungo temine che molto insiste sugli investimenti come risulta anche dal recente documento del ministro Padoan “Una condivisa strategia politica europea per la crescita, l’occupazione e la stabilità”.

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